Feeds:
Articoli
Commenti

Ricordi mordaci

“Tito, non sei figlio di Dio, ma c’è chi muore nel dirti addio”.

Tra un mese e mezzo sarà un anno. Un anno da quella mattina in cui mi dissero che eri scivolato nel sonno. Che nel caldo delle tue coperte il tuo cuore ti aveva giocato il peggior tiro mancino. Spero tu non abbia sofferto, spero che tu non ti sia reso conto di nulla. Spero che tu non abbia avvertito la morsa di sentirti solo nell’ultimo istante della tua vita, spero che tu abbia fatto un sogno dal quale non sei mai uscito. E che tu sia ancora lì.

Non mi rimprovererò mai abbastanza per non averti salutato come avrei voluto, al telefono, mentre passeggiavo sotto il sole di Pompei. Non mi perdonerò mai quel “ti richiamo” caduto nel pozzo delle mie buone intenzioni. Te ne sei andato sottovoce, tu che quando di incazzavi smuovevi le montagne (e se la cosa era seria scomodavi pure i santi e i piani alti), ma che ammaliavi come pochi.

Qualche volta ascolto i tuoi audio Whatsapp per illudermi che tu sia ancora all’altro capo del telefono, dove la mia mente vuole ancora immaginarti. E la cosa strana è che ti sei portato dietro pure le mie paure. Quasi mi vergogno a dirtelo, ma da allora non ho più paura di essere inghiottita quando prendo la metro o un autobus affollato. Non ho il fiato corto se penso di dover andare dall’altra parte di Roma, in un posto dove non conosco nessuno. Mi lascio trasportare dalla corrente.

Mi sento meschina, ma ti ringrazio per avermi strappato di dosso le mie paure, per averle portate via con te. Ma per Dio, baratterei tutto questo con la tua voce dal vivo. Tornerei a prendere fiato a bocconi se questo significasse rivederti.

Spesso penso a cosa ne sarà del tuo corpo. Penso a quella mattina in cui tu mi facesti vedere la cicatrice dell’intervento al cuore in macchina, davanti casa mia, e immagino il tuo corpo che si sgretola. Ricordo le tue dita livide incastrate nel rosario prima che sigillassero la tua cassa, ricordo persino di aver pensato all’appellativo che ti avevano affibbiato: “Santità”. Che ironia. La stessa per la quale in classe ho letto il brano della morte di Patroclo e della disperazione di Achille la mattina del tuo funerale. Ti ho immaginato mentre sorridevi e mi dicevi: “che culo, Nicole'”.

Torna a consigliarmi nuovi libri da leggere, torna a parlarmi. Di qualunque cosa.

Ma torna.

 

Annunci

Nonna

“Oh, I’m scared of the middle place between light and nowhere”

Questa era mia nonna: qui aveva poco meno di venticinque anni, e la foto era stata scattata ad Avezzano, nel giardino della casa di suo nonno. Io me la ricordo molto anziana, con i capelli bianchissimi sempre in ordine e i lobi delle orecchie che le pendevano per il peso degli orecchini. Non ci vedeva ormai da anni, anzi, a dire il vero non mi ha mai vista. Ricordo i suoi occhi celesti, che all’inizio mi facevano un po’ impressione, perché in uno non vedevo la pupilla. Le chiedevo sempre: “Nonna, ma tu cosa vedi?”. “A’ nonna, e cosa vuoi farmi vedere? Niente”. E certe volte io chiudevo e strizzavo gli occhi, e mi sembrava di vedere il nero, il blu, l’arancione… ma lei niente, non vedeva niente. No, non ero proprio persuasa. Ammetto di averle fatto perdere la pazienza più di qualche volta con le mie domande insistenti: evidentemente già all’epoca mostravo un’innata attitudine al rompimento di palle.

Portone, quattro passi, cassette della posta sulla destra, quattro scalini, quadro della Madonna di fronte (segno della Croce) e porta del suo appartamento sulla destra: sento ancora l’odore acre della vernice vecchia. Appena entravi, sulla sinistra, c’erano una poltrona e la console con lo specchio. A separare l’ingresso dalla sala era una veneziana perennemente abbassata: di fronte il lungo corridoio che portava in bagno e nella camera da letto, oltre la veneziana la sala da pranzo. Un grande mobile sulla sinistra, la credenza sulla destra e il tavolo rotondo al centro, quello dove mangiavo i crackers con il canovaccio aperto per non fare la prateria (a casa mia si dice “mappina”, ma una volta mi hanno guardato strano). In fondo alla stanza, tra la credenza e il frigorifero, un Hirundo marrone dove andavo a prendere i formaggini Belpaese, c’era la poltrona di mia nonna, e di fronte la porta della cucina.

La cucina era piccola e lunga. A volte mi sembra di sentire ancora l’odore della Calinda che veniva dall’armadio in fondo a sinistra, altre volte di vedere il tavolo sul quale facevo colazione. Rivedo mia nonna accanto ai fornelli (perché lei una badante l’ha voluta solo negli ultimi mesi di vita, dopo una lunga battaglia), mentre mi prepara gli involtini con la fettina e il prosciutto crudo.

Quando dovevo andare in bagno saliva la paura: dovevo superare il corridoio, ed era lì che iniziava la corsa a ostacoli. Quattro passi e a destra c’era la porta del salotto, un altro passo e mi trovavo a sinistra la cappottiera con lo specchio: adesso quella cappottiera si trova a casa mia, ma all’epoca non mi guardavo mai allo specchio per paura di vedere qualcun altro. Altri quattro passi, girare a destra: corridoio finito. Davanti c’era la porta del bagno, a sinistra quella della camera da letto, sempre aperta, quindi non ricordo manco come fosse fatta. Di fronte a me c’erano due letti in parallelo: uno era di nonna, e quando dormivo nell’altro lei entrava, rimboccava le coperte e le infilava sotto il materasso. Ti sentivi stretto a saponetta, ma in compenso il materasso era alto e stavi al caldo: il calore del compromesso. Quando aprivo gli occhi di notte – perché all’epoca già bevevo come un cammello e mostravo i segni di un bisogno compulsivo di andare in bagno – vedevo la foto di mio nonno, che non ho mai conosciuto, illuminata da una lampadina elettrica, e sopra quella di Nino, uno dei due figli che i miei nonni avevano perso.

Ovviamente, una volta finito in bagno, schizzavo alla velocità della luce per tornare in salotto: dopo la catabasi nel corridoio tornare al mondo dei vivi era un’impresa tutt’altro che priva di rischi. “A’ nonna, accendi il riscaldamento?” / “Sssssì…”, e abbassavo la levetta rossa vicino alla porta del corridoio, giravo a sinistra e subito ero in sala. Anche stavolta ero tornata con lo scudo.

Poi si iniziava a chiacchierare. Prendevo lo sgabello foderato di pelle verde scura, mi sedevo e l’ascoltavo. Quando ero piccola mi incuriosivano le sue rughe sullo sterno, e quando cercavo di stenderle con le dita sorrideva e toglieva la mano: mi divertivo così tanto che lo facevo apposta. Mi raccontava della sorella, Maria Flora, che suonava il pianoforte ed era morta a diciotto anni, dopo una polmonite che aveva preso nel corso di una manifestazione fascista a Latina, e che dopo la caduta del fascismo il mio bisnonno era andato di notte a sostituire la lapide, per evitare che la mia bisnonna al mattino avesse un infarto nel vedere la tomba profanata. Mi raccontava pure di quando frequentava mio nonno, che da giovane era chiamato Rodolfo Valentino, della guerra, della fame e dei giovani soldati tedeschi che presero in braccio mio zio e giocarono con lui.

E poi si facevano le sei, mamma veniva a prendermi e andavamo a fare la spesa al Sidis, dove una volta l’ho persa di vista, sono andata alle casse e ho fatto annunciare alla cassiera che “Nicoletta aspetta la madre alle casse”: nel vedere mia madre la cassiera capì il mio grado di affidabilità, dato che non era affatto vestita come l’avevo descritta. Già allora mostravo i segni di una memoria terribilmente selettiva, come quando chiedo a mia madre se la festa di San Rocco sia il 16 o il 17 di Agosto (e lei, come le formiche nel loro piccolo, s’incazza).

Il sabato era il giorno del videonoleggio: poco prima della chiusura andavo alla “Star Dust”, vicino l’ospedale vecchio, e finivo per noleggiare SEMPRE gli stessi cartoni, nell’ordine “La Bella e la Bestia” (perché “la vera bellezza si trova nel cuore”), “Fern Gully” (e quando mi avvicinavo a un albero avevo paura che uscisse Hexxus) e “La Sirenetta”, che mio padre avrà visto almeno ottanta volte- NON SCHERZO. Poi dritta a casa, cena di fretta e film. Ripensandoci, forse era più mondano il sabato sera di allora.

Un pensiero bello

Mi sono sempre chiesta cosa ci sia oltre la linea gialla.

Quando sono alla stazione di Frosinone e la voce dell’altoparlante annuncia l’arrivo del treno sono sempre in preda a una leggera ansia. “Allontanarsi dalla linea gialla”. Ti fermi, ti allontani così tanto da finire addosso alla gente, chiedi scusa e ti rintani nella sciarpa in preda all’imbarazzo. Il treno arriva, rallenta, si ferma, e solo allora puoi attraversare la linea gialla: se lo fai, hai qualcosa sotto le suole delle scarpe.

Quattro giorni al reparto di Ginecologia Oncologica insegnano tante cose. E’ un’educazione continua, martellante, che ricevi notte e giorno, anche quando il peggio è passato. Passeggi nel reparto sotto braccio a tua madre ed è un viavai di infermieri e medici che ti guardano – molte volte sorridono -, ma è quella strana complicità che si instaura con le pazienti a darti una scossa. C’è chi passeggia senza capelli con una busta in mano e lo sguardo spento, e chi invece è ancora a letto con quattro tubi attaccati e non si arrende perché ha un figlio a cui pensare. Egoisticamente sì, ti guardi allo specchio e pensi che poteva andare peggio, bastava solo rimandare, rimandare… fino ad accusare qualche dolore.

Ho pensato tanto in questi ultimi giorni. Ho riflettuto su tutte le ansie immotivate alle quali ho spesso spalancato la porta, ma anche a tutta la gente che deve riempire il vuoto della sua vita con qualcosa di sensazionale, magari inventandosi problemi che per fortuna non ha: forse è la categoria che mi fa più rabbia, quella che mi farebbe saltare i punti dell’intervento per i nervi. Rifletto su tutte le volte che mi sono sentita inferiore, inconsistente, e poi ripenso a quando sono entrata in sala pre-operatoria: ho pianto davanti all’anestesista, che mi ha consigliato di sfogarmi, di tirare fuori tutto prima di entrare, perché così avrei affrontato l’intervento con più calma. Ed era vero. Quando si tira fuori tutto c’è spazio solo per la lucidità, e dopo un pianto mi sento sempre meglio.

“Nicoletta, ce l’ha un pensiero bello prima di entrare?”

Tutti noi dovremmo avere pensieri belli, non solo prima di una grande prova, ma anche nelle piccole cose di tutti i giorni. Un pensiero bello che ti faccia allontanare dalla linea gialla con serenità, per poi attraversarla al momento opportuno. Un pensiero bello per riempire un vuoto, un pensiero bello da trasmettere agli altri nei momenti di sconforto.

La mia linea gialla è stata quella sala operatoria, il pensiero bello l’averla attraversata a tempo debito.

11Sett

<= Che poi vabbè, sotto anestesia è più facile sorridere. Il problema è quando l’effetto svanisce e ogni parte del corpo si risveglia dal torpore: ecco a cosa serve un pensiero bello.

Un buon inizio

Ricordo che durante l’estate della maturità avvertivo un profondo senso di liberazione, ma al tempo stesso un senso di angoscia, perché in quel Luglio del 2005 io non sapevo davvero cosa fare dopo il diploma. Non che adesso le idee siano molto più chiare, ma all’epoca, mentre tutti erano sicuri di voler diventare medici, ingegneri e avvocati, io brancolavo nel buio, come quando di notte mi ostino a non accendere la luce per le scale “perché poi perdo il sonno”, con la sola differenza che allora vedevo davanti a me i 426 gradini della Sagrada Familia.

A quel punto mia madre mi disse una cosa all’apparenza banale, ma molto più utile di quanto si possa pensare: “comincia col capire cosa NON vuoi fare nella vita”. Detto fatto: scartai immediatamente medicina, perché la chimica e la biologia mi piacevano, ma mi mancavano le palle per lavorare in un reparto di ospedale e pesare col palmo delle mani l’incubo di una malattia. Scartai anche ingegneria, perché il mio ingenium non è tagliato per i calcoli (gli unici con i quali ho familiarità sono quelli biliari). Ovviamente anche giurisprudenza uscì dal giro delle facoltà papabili, perché come avvocato avrei collezionato una serie di flop che manco Cicerone quando pronunciò la Pro Milone. Tra le facoltà scientifiche rimasero chimica e biologia, e poi – ovviamente – lettere, croce e delizia. In realtà le cose andarono diversamente: inizialmente studiai psicologia, diedi alcuni esami e poi capii che era il momento di ritirarsi, così ripresi in mano quello che per un anno mi era mancato e scelsi lettere.

Esatto, proprio quelle lettere che Le hanno fatto alzare il sopracciglio, professoressa, quando mi ha chiesto per quale motivo stessi tornando dall’estero e cosa fossi venuta a fare in quella città straniera. Io non sono abbastanza scaltra, a volte le parole mi escono di bocca come un fiume, e spesso non riesco ad avvelenarle prima che sia troppo tardi. Per aver detto che ero contenta di tornare alla mia vita ordinaria, che tre settimane di vita quasi monastica erano abbastanza, Lei mi ha detto che sono una dei giovani che non sanno adattarsi ai cambiamenti. Lei non mi conosce neppure, ci siamo incontrate per un puro gioco di combinazioni – e Lei se ne intende -, eppure è già sicura di quel che dice, dall’alto dei suoi sacrifici di donna, madre e docente. Da lì il suo Nilo di parole: Lei ha studiato le lingue quando le sue coetanee studiavano pianoforte perché Suo padre è stato lungimirante, ha mandato i suoi figli in una scuola internazionale per far toccare loro il mondo con mano. Nel parlarmi della fidanzata di uno di loro mi dice che – poverina – questa ragazza ha impiegato molto tempo per laurearsi – per di più con un voto non molto alto -, perché ha dovuto lavorare, perché viene da un ambiente culturale diverso, perché “non ha le conoscenze”, ma un giorno, quando suo figlio andrà all’estero per lavoro, probabilmente lei rimarrà qui, in Italia, perché forse i suoi genitori non sono stati lungimiranti.

Io ho letteralmente fatto impazzire i miei genitori. Ho chiesto di studiare pianoforte e l’ho mollato dopo un anno, ho chiesto di fare pallavolo e fingevo dolori per non giocare in ricezione, ho fatto nuoto in estate e alla fine ho chiesto – come ultima possibilità – di frequentare una scuola di danza. Mentre alcune mie compagne frequentavano la scuola di inglese, io facevo danza e scaricavo i testi delle canzoni da imparare a memoria. Eppure penso che mia madre sia stata lungimirante soprattutto in una cosa: nel capire che sono quel tipo di persona abituata ad agire “in direzione ostinata e contraria”, che se mi avesse propinato la scuola di inglese al posto del pianoforte, della pallavolo o della danza, probabilmente l’avrei odiata. Ho frequentato una normale scuola statale, un liceo di provincia, e sinceramente non mi sono mai sentita inferiore a chi ha studiato nei grandi licei (statali) della capitale. Inoltre, quando non posso toccare il mondo con mano lo faccio con la fantasia, quella che “costa poco, val quel che vale, ma nessuno ti può impedire di adoperarla”. Lavoro saltuariamente perché mi piace il sapore dell’impegno, ma non ho mai avuto particolari “conoscenze” nella mia (finora) breve carriera accademica. In tutta franchezza, non vorrei essere nei panni della ragazza di Suo figlio, perché non mi piace il pietismo delle persone che guardano dall’alto del loro stipendio chi non ha avuto le stesse possibilità, per poi dare un saggio di ipocrisia al primo estraneo che capita.

Ci sono ancora tante cose che non mi spiego e tante che non voglio ancora affrontare, ma non tornerei indietro di un passo. In compenso, ho capito cosa non voglio diventare, ed è già un buon inizio.

Gregory Crewdson (1999)

Woman in Flowers

Eravamo noi, i soliti del sabato sera, quelli che se si organizzano in anticipo finisce che trovano tutto occupato e poi vanno a cucinare la carbonara a casa di qualcuno. Eravamo seduti in cerchio su sedie di paglia, chi con le gambe accavallate, chi con le ginocchia al petto. Mentre ridevamo sembrava che la telecamera si muovesse, come sul set di un film: riprendeva ogni angolo di sorriso, ogni ruga intorno agli occhi, ogni deliziosa imperfezione. Un’istantanea di normalità. La stanza era vuota, ma una delle pareti era rossa, e le mattonelle sul pavimento erano come quelle di casa di mia nonna, ma grigie, rotte agli angoli e consumate. Le finestre erano chiuse e fuori era buio (noi lo sapevamo), e ridevamo a crepapelle, quando a un certo punto abbiamo smesso. Bruscamente. Poco dopo ci siamo guardati tutti in faccia, e non avevamo più le rughe per il riso, non mostravamo più i denti, e non volava nemmeno una parola. Quando è subentrato il silenzio qualcosa ci ha riportati alla realtà, quella stessa realtà che cercavamo di scacciare con i movimenti del diaframma, a volte con sicurezza, a volte con malcelata disinvoltura. Qualcosa ci ha riportati alla realtà, come una mano che ti sorprende alle spalle, ti strattona e ti porta in un vicolo cieco, e poi tutto si dissolve, come in un film.

Era come svegliarsi da un sogno in una cella. Noi eravamo in una stanza spoglia con una parete rossa, e fuori era buio, lo sapevamo, così come sapevamo che oltre quella porta c’era qualcosa che ci spaventava, qualcosa che faceva salire un brivido sottile lungo la schiena, come una corrente d’aria fredda all’improvviso. Era per questo che preferivamo rimanere nella stanza dal pavimento consumato, davanti alla parete rossa, ingannando il terrore che c’era lì fuori o il tempo, o forse entrambi. Eppure sapevamo di dover fare un bel respiro e di procedere a tentoni, perché non siamo fatti per vedere al buio: certe cose ci sfuggono persino in piena luce. Tu mi dicevi che prima o poi avrei dovuto fare i conti con la ragazza oltre la porta, che giaceva riversa su una sedia senza un grammo di vita, e con lei tutte quelle persone che erano finite schiacciate dalla paura. Sapevo che si trovava oltre la porta,  e sapevo – pur non volendolo – che prima o poi avrei fatto i conti anche con lei. Dovevo uscire, attraversare quel campo minato di morti e soprattutto sfuggire a una bestia che non era mai sazia di masticare altre ossa. In quel momento tu mi hai preso la mano, hai guidato i miei passi incerti dicendomi quando era il momento di stare ferma e quando dovevo scattare per non essere presa: ci muovevamo in un giardino di siepi, sembrava un labirinto, e dietro ogni cespuglio il sospiro e il sollievo e le parole “fin qui tutto bene”, con il rumore sordo dei piedi che affondavano nell’erba.

Forse ancora non sono uscita, forse è ancora buio e io sto cercando l’ennesimo cespuglio dietro al quale nascondermi. Forse ancora non è giorno, ma so che prima o poi ci sarà così tanto sole che torneranno le rughe intorno agli occhi, e forse in quel momento i miei passi saranno meno incerti.

(Ormai il mio inconscio giace disteso sul lettino mentre io fingo di prendere appunti e faccio ghirigori, e questo è l’ultimo sogno che mi ha raccontato)

L’amore ai tempi di Trenitaja.

Personaggi: il lavoratore, la fidanzata del carabiniere e una massa indistinta di pendolari della quale facciamo parte io e un seminarista.

Scena: Treno Roma-Frosinone con 52 minuti di ritardo. Passeggeri stipati come le sardine, acre odore di profumo low-cost e sudore, rumore di messaggi su whatsapp, mormorii e brusii sommessi, voce di un lavoratore del settore edilizio che lamenta icontinui ritardi di Trenitalia, asserendo che in Inghilterra se fanno ritardo viene il ministro a chiederti scusa personalmente. All’improvviso, nel bel mezzo di una discussione sui disastri del governo dove il suddetto lavoratore si destreggia da novello Cicerone, una ragazza, inizialmente sulle sue, prorompe coi suoi decibel fendendo la tanfa con le sue parole: 

“Aah! Non parliamo dei TAV! Guarda, io c’ho il ragazzo mio che fa il carabiniere, sta in Val di Susa, e tu non lo sai, ma quelli so’ pazzi, so’ pagati! Il mio ragazzo la sera torna avvelenato perché non sai che glie tirano addosso!” […] (il focus si sposta sugli immigrati di Lampedusa) “Guarda, IO NON SO’ RAZZISTA, EH, STUDIO SCIENZE INFERMIERISTICHE E SE MI METTONO IN BRACCIO UN BAMBINO ME LO TENGO, DI QUALUNQUE RAZZA EH, MA PENSA CHE QUELLI C’HANNO l’ACCAIVVU’- E PENSA CHE A LAMPEDUSA CE STA IL RAGAZZO MIO, CHE E’ CARABINIERE EH, LI VA PROPRIO A PIGLIA’ QUANDO SBARCANO (le ipotesi sono due: o il moroso ha il dono dell’ubiquità o la ragazza ha il dono dell’obliquità, adattandosi un po’a tutte le situazioni senza scontentare né il Nord, né il Sud) – insomma questi SPUTANO IN FACCIA AI CARABINIERI PER CONTAGGGIARLI… CAPITO? Magari quelli manco lo sanno (scil. i carabinieri, ma pare lectio facilior) e poi non sanno nemmeno che non possono fare figli!” (locus irrimediabilmente corrotto. L’editore si avvale della crux desperationis). 

Argomenti successivi: il governo, la mafia, Berlusconi, il governo, la destra, la sinistra, manca solo Priebke, ma forse se non fossero scesi tutti a Colleferro avrebbero rivoltato pure lui.
Il lavoratore: “Perché qui ci dobbiamo mettere in testa che non esistono più destra e sinistra, esiste il paese! Sai chi ci metterei io al governo? Il papa! Così nessuno ammazza e non ci sono più i criminali! Sarebbe tutto a posto!” (per carità, a me Bergogly sta pure simpatico, ma è come se uno mettesse Piero Angela all’Agenzia delle Entrate). 

Sipario.

Poco prima avevo chiesto a un seminarista se nella Bibbia si parla di un Giudizio a parte per i lavoratori di Trenitalia, ma ripensandoci ho formulato male la domanda. In compenso gli ho strappato un sorriso.