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Archive for settembre 2009

[senza remore]

Perché non c’era proprio niente di cui aver paura.

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Posso scrivere i versi più tristi stanotte.

Scrivere, per esempio: "La notte è stellata,

e tremano, azzurri, gli astri, in lontananza".

Il vento della notte gira nel cielo e canta.

Posso scrivere i versi più tristi stanotte.

Io l’ho amata e a volte anche lei mi amava.

In notti come questa io l’ho tenuta tra le braccia.

L’ho baciata tante volte sotto il cielo infinito.

Lei mi ha amato e a volte anch’io l’amavo.

Come non amare i suoi grandi occhi fissi.

Posso scrivere i versi più tristi stanotte.

Pensare che non l’ho più. Sentire che l’ho persa.

Sentire la notte immensa, ancora più immensa senza lei.

E il verso scende sull’anima come la rugiada sul prato.

Poco importa che il mio amore non abbia saputo fermarla.

La notte è stellata e lei non è con me.

Questo è tutto. Lontano, qualcuno canta. Lontano.

La mia anima non si rassegna di averla persa.

Come per avvicinarla, il mio sguardo la cerca.

Il mio cuore la cerca, e lei non è con me.

La stessa notte che sbianca gli stessi alberi.

Noi, quelli d’allora, già non siamo gli stessi.

Io non l’amo più, è vero, ma quanto l’ho amata.

La mia voce cercava il vento per arrivare alle sue orecchie.

D’un altro. Sarà d’un altro. Come prima dei miei baci.

La sua voce, il suo corpo chiaro. I suoi occhi infiniti.

Ormai non l’ho più, è vero, ma forse l’amo ancora.

E’ così breve l’amore e così lungo l’oblio.

E siccome in notti come questa l’ho tenuta tra le braccia,

la mia anima non si rassegna d’averla persa.

Benché questo sia l’ultimo dolore che lei mi causa,

e questi gli ultimi versi che io le scrivo.

(P. Neruda)

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[ah! Le monde]

Avete presente quando riaprite gli occhi dopo averli tenuti a lungo chiusi? Quando tutto sembra aver acquisito delle tinte che danno quasi sull’ azzurro? Da piccola mi divertivo a farlo: mi sembrava di poter plasmare il mondo, di poterlo colorare a mio piacimento.  Il mondo…penso al mito di Atlante: ah, Greci, vecchi amiconi.

Reggere il mondo sulle proprie spalle…effettivamente lo facevo fino a poco tempo fa. Il mio, ovviamente.

Quello torrido e gelido al tempo stesso, deserto e rigoglioso, tenero come l’abbraccio di una madre e sottile come una lama. Era leggero il mio mondo, era leggero pur essendo carico di emozioni, sensazioni, dolori, gioie: era stranamente leggero. Forse tradiva le leggi della fisica, ma tanto era bello. E ce n’era un altro, di mondo: non potevo guardarlo direttamente, ma mi accontentavo di uno spioncino, e quello che non potevo vedere lo immaginavo, quello che era a margine lo portavo al centro, quello che era al centro…beh, era stato la prima cosa che avevo guardato, ormai era a un livello superiore. Passavo i miei momenti a contemplarlo, e pensavo che forse un giorno avrei potuto vederlo del tutto.

Poi un giorno ho detto : "adesso basta, ora poggio il mio e apro la porta". E ho poggiato il mio mondo su una poltroncina di pelle in mezzo a una stanza decorata con delle farfalle [servono come incoraggiamento? – cit.].

E…

Una stampa. Una bieca, piccola e malridotta stampa. Con colori un po’ alla Klimt, tratti molto Schiele, ma pur sempre una stampa. Su un cavalletto fatiscente, in una stanza polverosa e… scura.

"E pensare che da qui credevo di poter vedere il mare". Come il cielo in una stanza, magari pure a scala ridotta.

Pensavo di aver trovato l’altra parte del mondo. Me lo dicevo sempre. E invece no. Era solo una particella infinitesimale in un mare di convenzionalità. Peccato che non me ne sia accorta.

Peccato che abbia spacciato per pregiato un vino allungato con l’acqua.

Peccato che ora il mio mondo giaccia su una poltrona che ha trovato di gran lunga più comoda delle mie spalle.

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