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Archive for marzo 2010

Sto traslocando ora. Gran parte della mia camera a Roma non esiste più. Devo dare un taglio ai ricordi, alle sensazioni, alle persone. Sto ascoltando Sultans of swing. Mi verrebbe da piangere, ma non ci riesco. E' come se avessi gli occhi secchi come limoni spremuti fino al midollo. Un po' sono contenta di andarmene da questo mortorio di casa, un po' penso alle persone che sono passate qui con un vago senso di tristezza. Forse è il prezzo da pagare per crescere. Forse è prezzo da pagare per poter veramente voltare pagina. 

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[quando-non-dormo]

Non riesco a dormire: mi fa male lo stomaco, ho mangiato pesante e tardi, non potevo mica pretendere di dormire. In più ho le mie paure del cazzo che si svegliano al primo ricordo di Mani di Forbice. Non stavo bene gli ultimi tempi: pensavo spesso alla morte, a come procurarmela, e sinceramente la cosa mi faceva talmente cagare sotto dalla paura che stavo male [a volte] intere notti, paralizzata nel letto e somatizzando i possibili effetti. Paura della paura di morire. In sintesi paura al quadrato. E' stato allora che la scrittura ha cominciato a diventare terapeutica. Tempo fa persone che nel campo ne sanno qualcosa mi hanno detto che la paura di morire [con tutti gli annessi e connessi] altro non è che il desiderio deformato di voler ricominciare da capo. E io con Mani di Forbice volevo staccare la spina, volevo essere libera, ma non riuscivo ad ammetterlo perché era il mio maestro, una figura che portavo sul palmo della mano ma il cui peso non ero più disposta a sopportare. Ho passato l'estate scorsa a pensare a lui, a vedere le foto scattate alla sua nuova ragazza, sentendomi [ovviamente] rimpiazzata. Eppure avevo ottenuto quello che volevo: non solo, anche il Ragazzo delle Lettere, che era stato il mio ulteriore motivo di allontanamento qualche mese prima, era accanto a me. Certo, non come fidanzato (non l'avrei voluto, allora), ma c'era. Ed era strano, perché fino a poco tempo prima, quando avevo "risistemato" tutto [ma scherziamo? Avevi lei in mente da prima], sognavo lui al posto di Mani di Forbice. Al mattino non potevo far altro che chiedermi "ma cosa voglio?". E' difficile rispondere.
Forse ho avuto quello che meritavo, ma a dosi rincarate, perché ho visto il MdF tenero, ma mi sono ricordata di quello che lentamente spegne: di quello che lentamente uccide. Non è fatalismo né pathos, è la verità. O forse io sono fin troppo debole. 
[…]
Lo so che non devo generalizzare, lo so che non posso fare di tutta l'erba un fascio solo perché ho conosciuto un ladro dai guanti di velluto, però non posso fare a meno, dall'alto dei miei ventidue anni e mezzo, di pensare che forse ho visto la metà del mondo. La peggiore, ma comunque la metà del mondo. E in quel momento il senso di smarrimento si fa così lacerante da lasciare la pelle graffiata e la mente annebbiata. Come la minaccia nel momento del panico, che ristagna nel lago come un'alga malata.lago_diseo2

 

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3 am blues

E se un giorno mi maledirai per averti illuso potrò dire a testa alta di non aver mentito neppure quando sarebbe stato più facile, innocuo. Ma se un giorno a fronte scoperta ti renderai conto di quello che ho provato allora forse, a poco a poco, capirai tante cose. E non sarà nemmeno così doloroso. Sarà come infilare uno stuzzicadenti in un dolce per vedere se dentro è cotto, per vedere se esce ancora sangue o se la pelle si è fortificata a tal punto da restituire il coltello illibato. E in quel momento non ci sarà nessuno, sarai solo davanti allo specchio, con un libro in mano e troppi pensieri a spasso come elettroni impazziti. 
E io sarò sotto casa a guardare l'alba. 

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Ho appena visto l'alba. Ho appena visto Dio.

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Sto scrivendo con la mia sacerrima corona d'alloro.
Mi piace che la gente che occupa il suo tempo rispondendo sempre alla stessa [ed unica] persona che la chiama e giocando a Gira la moda cerchi in tutti i modi di far sentire una sottospecie di autorità che, di fatto, non c'è mai stata. Perché se prima bene o male ingoiavo bile [e non il rospo, che mi fa più schifo] perché "avevo qualcosa di più importante a cui pensare",  ora che quel qualcosa è meravigliosamente passato [e io, bonariamente tronfia come un tacchino, me ne compiaccio] non ho alcuna intenzione di curarmi di quelle tendenze solipsistiche. Troppe serate da sola davanti a un pc in una fredda cucina [perché in camera il volume della tv-spazzatura ingombra ogni centimetro d'aria] fanno male. Abbastanza male da renderti conto del fatto che sei e sarai comunque fondamentalmente sola, al di là delle compagnie fisiche che ogni tanto, distrattamente, attraversano la casa con un vago "ciao" o "salve" nelle circostanze più formali, mentre tu imprechi e pensi tra te e te "cazzo, BUONGIORNO!AL MATTINO SI DICE BUONGIORNO!". Però è quasi esilarante. Più passo il tempo qui e più mi rendo conto del fatto che qui il tempo si è davvero fermato. Che qui la gente ha fatto, fa e continuerà a fare sempre le stesse cose, fino a trentasei anni e oltre, conducendo sempre la stessa vita, senza avere uno stimolo, una scintilla, qualcosa che la spinga a muoversi in direzione ostinata e contraria. Grazie a Dio io non sono così. Grazie a Dio io vivo pure senza televisione. Grazie a Dio esco dalla mia camera ogni tanto, anzi no, mi sembra quasi di starci il 30% della giornata. Grazie a Dio ho una vita. Ed è per questo che prendo, come si dice dalle mie parti, "bagatte e bagattelle" e me ne vado, alla ricerca di qualcosa di nuovo. All'avventura. Mh, come se fosse la prima volta! All'avventura come tre anni e mezzo fa, all'avventura con un trolley e un borsone della Puma riempito fino allo sfinimento, all'avventura con un pezzo di carta, all'avventura con la consapevolezza che, volente o nolente, sto muovendo verso il sereno. All'avventura con l'idea che, in fin dei conti, sono sempre andata incontro al miglioramento. 
Grazie nonna.brokeback-mountain

 

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[copiosamente]

Ho sempre pensato che scrivere fosse terapeutico. Dal greco therapèuo, “curare”. Curami curami curami. Ascolto i Joy Division, ripenso a un anno fa, quando nella mente li ascoltavo in quella calda giornata del Primo Maggio, sulla spiaggia di Ostia. Mi vedo ora: mi vedo un anno dopo, vedo tutto rivoluzionato, messo sottosopra. Magnificamente sottosopra. Vedo le lettere interminabili [vedi? Questo viziaccio della scrittura ancora non me lo sono tolto. Per il tabacco invece ho saputo rimediare al volo], laghi di parole (stagnanti?). Mi chiedo “quanto sarà stato produttivo?”. Per me, sia chiaro. Molto, moltissimo. Alla fine sono ancora la solita testa di cazzo, rimango sempre quell’amabile [“melina”?!] insicura che ero un anno fa, ma con qualche rughetta in più. Cazzo, a ventidue anni le rughe, cos’altro a quaranta? Mi sto perdendo.
Come quando nei sogni c’eri tu, al posto di qualcun altro, come quando la strada per andare a casa si faceva a passo lento per ritardare l’arrivo, o al massimo si stava davanti a quel portone [certo che ne ha viste per essere una porta!], come quando aprivo la casella e-mail con attesa e trepidazione e capivo già dal numero di kb quanto poteva essere lunga quella missiva che, una volta aperta, leggevo seduta e comoda, possibilmente con gli auricolari e i Joy Division.

Poi “Old boy”. Dunque, cosa mi ricorda la colonna sonora di questo film? Allora, contando sulle dita della mia mano destra posso dire che mi ricorda un mal di testa della Madonna [ehi Dio ho messo una maiuscola, che dici, togliamo qualche peccato di troppo dal mio CV? Ammicc ammicc] stroncato con un aulin alle sette e un quarto di sera, dopo ben tre forchettate di fusilli al sugo [hai visto? Mi ricordo addirittura la pasta che avevi cucinato e servito in quei piatti blu trasparenti, quei cazzo di piatti che ogni volta che provavo a lavarli cercavo di togliere con la spugna e il sapone le impronte delle dita, ma per quel che erano costati ne valeva la pena, su]. Ahimé quella sera non riuscii a finire di vedere il film: no, a dire il vero non ci capii un cazzo, ero troppo dolorante [piangevo per il dolore, penso mi sia successo rarissimamente per un mal di capoccia] e mi fermai implorando un cazzo di aulin [troppe parolacce in questo post, spero non me ne scappi una davanti alla commissione] . Poi mi ricordo la luce della tua scrivania mentre io dormivo tra le lenzuola celesti, quando il letto si trovava a sinistra  e non davanti all’ingresso della tua camera, in stile camera ardente. Poi ricordo il sonno profondo, la tua mano sulla mia pancia che ho visto la mattina appena sveglia.  Poi poi poi… uhm, il 500 per scappare la domenica mattina, l’autobus e Mishima mon amour [Ancora la Musica!]. Ora che ci penso fu tra il 16 e il 17 Febbraio del 2007. Sì, duemilasette. Quando stavo preparando il mio primo esame di greco. Millemila anni fa, sembra. Quando ti regalai una cornice con una nostra foto al concerto dei Sonic Youth in una scatola di cartone disegnata da me, con un wc che parlava e ti augurava un buon San Valentino [Dio, che fantasia becera! Però è stato davvero il mio pezzo forte quel disegno] e un rotolo di carta igienica con su scritto “come i rotoloni Regina il nostro amore non finisce mai”. Ottimo slogan per la carta igienica, sì sì (annuisce).

E’ finito il tempo dei rimpianti, dei rimorsi, delle colpe che non esistevano ma che creavo in maniera superba. E’ finito tutto. Mi ritrovo solo su un treno, alle 11:51 (ma quando posterò questo intervento chissà che ora sarà) a due giorni dalla laurea, con il solito strabagaglio di trolley, zaino con il pc, borsetta, cellulare e auricolari. E’ la seconda volta che rischio di battezzare il mio nuovo telefono.
A volte quando guardo in su mi ricordo di quella mattina sotto casa di mio fratello, a Numidio Quadrato, il 19 Agosto 2007, quando il cielo aveva appena ricevuto un nuovo ospite.
Quante persone mi sono passate e passano tutt’ora attraverso. Avrei voluto trattenere di più di alcune, meno di altre, ma è andata così. Alla fine non sono pentita di niente, né del 23 Aprile né del 10 Settembre né del 10 Febbraio. Anf, punto. Dovrei fermarmi ma non riesco a mettere un punto, mi sento una bicicletta sulla discesa vicino casa mia senza freni, quando ti ritrovi a staccare i piedi dai pedali con le mani sul manubrio per conservare un minimo di stabilità. Run Forrest Run. Perché è tutto quello che ho.
Sir, mi stai preparando questa torta? Non vedo l’ora.
Ripensando ai frittini di mercoledì, a Lo Hobbit, alla torta cannella-mela-uvetta, al Bar Sotto il Mare che finii sul treno Tiburtina-Fiumicino, al Salice Salentino di quella bellissima serata, alle lezioni di whisky [oddio, già dimentico quando usare la “e” =D Pardon] che attendo impaziente e a tutto quello che arriverà. Come quando davanti alle onde alte rimango ferma e trattengo il fiato.
 
P.S.: il mio bibliotecario datore-di-lavoro (circamenoquasi, è troppo lungo spiegarlo) “Ricevuto, Nicoletta (Nome desunto per intuizione)”. Come disse Sir: “Avevo capito che eri tu, ma uno straccio di firma?”. Certe abitudini non riesco proprio a prenderle, come quella di firmarmi, cazzo.
 

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[mishimarock]

Mentre le persone intorno a me parlano del Grande Fratello io chiudo gli occhi e ascolto "Orinoco Flow" nella mente. E non sento più niente. Siamo solo io e la musica. LA musica, quella che un tempo non riuscivo a sentire. Rest in peace, Mishima.

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