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Archive for maggio 2010

"E cosa scriverai?"
"Non ci saranno numeri. Ci sarà soltanto un nome".

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[sine-requie]

Guccini&Marquez

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anarchia-tra-le-frecce

Immaginiamo sette bersagli che si stagliano su una foresta. Betulle, querce, aceri, quello che vi pare, l'importante è che immaginiate questi cazzo di sette bersagli posizionati equidistanti gli uni dagli altri. Ora, se ogni bersaglio possiede una freccia e tutte quante le frecce hanno ormai raggiunto il centro dei rispettivi bersagli, non c'è niente da temere, tutto è stato stabilito e voi siete solo piccole frecce-strumento di un dio che non gioca a dadi. 
MA andiamo con ordine. La freccia numero 1, così come le altre sei, prima di aver raggiunto il proprio bersaglio è stata scagliata con precisione millimetrica dalla mano dell'arciere [idem per le altre], pertanto dobbiamo risalire alla traiettoria che ha seguito in maniera maniacale. Ma non solo. La freccia è stata scoccata da un arco, e va detto che per quanto essa sia uno strumento durante il tragitto che compie per arrivare al proprio bersaglio obbedisce ciecamente alla fisica, contro la quale non può proprio niente. Quindi scartiamo la fisica e la traiettoria, incontrovertibili. Tuttavia queste sette frecce avranno dovuto pur essere fabbricate, e, per quanto ne so, per fabbricare il corpo di una freccia occorre del legno. Risaliamo allora all'albero che, una volta segato, viene impiegato per la fabbricazione della suddetta freccia (idem per le rimanenti sei). L'albero è composto, come una freccia, da singole parti, che non sono punta, asta e impennaggio, ma radici, tronco e rami (foglie opzionali a seconda del pacchetto stagionale). Bene, tutto parte dal basso, ossia senza le radici le foglie non possono nemmeno immaginare di esistere. Andiamo ancor più a ritroso: l'albero è un tenero virgulto, appena piantato da un uomo che, timoroso di Dio e novello Mosè, ha adempiuto al suo compito e con pazienza certosina lo cura in ogni dettaglio. Insomma, il processo è albero -> legno -> freccia -> bersaglio -> centro. Uno  a zero.
Ma supponiamo che la freccia numero tre non sia di questo parere. Supponiamo che la freccia numero tre non sia stata proprio ricavata perché il proprietario dell'albero numero tre a un certo punto ha dato di matto dopo aver litigato col proprietario dell'albero numero uno. Supponiamo che quest'uomo abbia preso una sega e abbia deciso di tagliarlo, magari in maniera grossolana, però l'ha tagliato. Supponiamo pure che ci si sia scaldato per qualche giorno, dato il tempo poco clemente. Supponiamo infine che quest'uomo, alzando la testa verso il cielo, non abbia capito la portata del suo gesto. Supponiamo che, partendo dalle radici di tutto, possiamo veramente cambiare il corso degli eventi. Supponiamo per un minuto che non siamo piccole frecce ma i proprietari di questi alberi. Supponiamo che anche noi, come il signore numero tre, possiamo avere i nostri momenti di totale negazione della pazienza certosina. Supponiamo, per un istante, che non tutto sia prestabilito. Supponiamo, infine, tutto quello che sarebbe possibile. 

bersaglio

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E mando a fuoco la mia sensibilità. Come quando [qualche volta] bruciavo i fogliettini con le brutte copie delle versioni nel camino. E' come se un plotone d'esecuzione stesse lì, col fucile spianato e la mia sensibilità passasse in rassegna tutti i ricordi, vicini e lontani, per radunarli in un unico fascio e prepararsi pacatamente allo sparo. Perché non me lo hai detto?
"Non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te" – pare facile. Sarei più capace di sparare a una bottiglia con una benda sugli occhi, piuttosto che negare [senza rendermene conto] quello che potrei dare in un secondo, ma il cui valore perdura anche al buio. Perché certe porte se sono forzate cominciano a scricchiolare, e la polvere nella serratura, finalmente smossa, esala un ultimo respiro come davanti a un plotone di esecuzione. E con un impercettibile rumore tutto va a farsi fottere. 
Ma così non è se si considera lo stato presente delle cose: le serrature difettose cedono al primo colpo, quelle più salde, quelle che ormai hanno legato indissolubilmente la porta allo stipite, non capitolano nemmeno sotto i colpi più violenti, ma, miti e serene, perdurano nel loro vigore.

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Terribilmente intelligente. Così intelligente da capire quello che sto per dire prima ancora che io prenda fiato.
"Cosa pensi?" – disse il Fauno mentre il carabiniere riportava i dati del libretto di circolazione sul suo blocchetto. 
"Che ti dona la pioggia alle spalle" – disse Remedios. 
"Peccato che tu non possa scattare una foto" – replicò il Fauno.
". . .già." – e di nuovo lo sguardo verso il parabrezza ormai ridotto a un manto lucido in cui le gocce d'acqua facevano l'amore. 
Non voglio più sorprese. Non ora, almeno. Meglio: almeno per i prossimi mesi. 
Ultimamente le sorprese mi sono arrivate come scatoloni scaricati sbrigativamente sul retro del cuore. Un po' a cazzo, da un camionista dalla maglia bianca che ha visto tempi migliori e una sigaretta perennemente iniziata. 
Sono  arrivate a frotte, a biasimi, come gruppi di gringos agguerriti e molesti. Non sempre positive. Non sempre desiderate. Per questo ho deciso di chiudere per un po'. Qualche settimana di sane ferie per rinfrancar lo spirito, una compressa di normalità due volte al dì e un nuovo cd. 
Le sorprese non sempre sono gradite, non sempre sono desiderate, non sempre sono richieste.
A volte vorrei vivere in un paese senza sorprese, dove le previsioni del tempo ci azzeccano sempre, i pronostici delle partite non deludono mai e gli scioperi sono solo un abbaglio feroce e lontano, come un cane rabbioso dietro una rete metallica. 
Ma forse non vorrei un aut-aut. Forse vorrei pure un margine di imprevedibilità. Che so, un 2-3% di incalcolabile variabilità. 300 secondi per riflettere. 900 per trovare la forza di abbassare le serrande, 1800 per prendere solo le cose più importanti, 3600 per sentirmi diversa, rendendomi conto che non ci sono riuscita. Che sono rimasta sempre quella riprovevole testa di cazzo.
Buon compleanno, Bulgakov. 

margherita

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[LoverTakeMeOver]+

I don't see the stars come up tonight. 
Like a rose-smelling door which requires a golden key to be opened.
And I'm standing here, on the wrong side, with nothing in my hands except for a little bit sweet word.
"Maybe Lover…you should take me over". 
Your fear suits you. It fits as one of your Levi's bluejeans, too large for your body, quite heavy to protect your skin. 
And in the meantime I push the tips of my fingers on your flesh. 
As I lay back you run run run run run. Run, Forrest, run. I did my best.
Yes, I DID.

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