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Archive for giugno 2010

Sei il risveglio nel silenzio, sei tutti gli strumenti del Bolero di Ravel.

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perle

"Un linguaggio ridotto al minimo atrofizza il pensiero" (E. Scalfari)

scalfari

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[guard-rail]

In base a quanto ho capito ieri sera la differenza che intercorre tra un istinto e una pulsione corre su binari paralleli a quelli della diversità tra un animale e un essere umano: per intenderci, un istinto è una specie di filo diretto con l'azione, un meccanismo stimolo esterno-elaborazione-risposta [l'uso dei termini è del tutto intenzionale e soggettivo, la scientificità al momento è giace abbandonata ai bordi delle strade] senza mediazione alcuna della coscienza. Altrimenti dicasi "pulsione" un meccanismo mediato esattamente da quest'ultimo elemento, questa coscienza sempiterna da sempre osannata ma da nessuno riverita, questo freno, questo motore, questa croce, questo bastone. La coscienza. Quella che da piccolo ti inculcano sotto forma di vocina, di angelo custode o di farfallina (non so voi, ma a me a volte è capitato di riporre speranze nelle farfalline), quella che dovrebbe guidarti in ogni pensiero, in ogni parola e in ogni gesto.
Che mondo sarebbe senza coscienza… un po' come la nutella, solo che la coscienza non la puoi aprire, non puoi assaporarne il profumo che ti entra nelle narici, non puoi spalmarla sul pane e non puoi mangiarla a grandi dosi per mettere su qualche "chilo di buona coscienza". Farebbe bene a tutto: alle gambe, alla pelle, ai muscoli, ai denti, ai capelli e ai neuroni. No, la coscienza non ha sapore, non ha odore, non è consistente e nemmeno si inala. La coscienza è un po' come l'atomo. C'è dappertutto ma nessuno lo vede. O almeno così dovrebbe essere. 

Ma no che non c'è. E' morta con Dio. E' morta senza rivoluzioni, senza cambiamenti epocali, senza golpe, senza carri armati nelle piazze. E' morta come muore un tarlo in soffitta, come una prostituta di Buenos Aires o come Rebeca di Cent'anni di solitudine. E' morta senza fischi né applausi. E' morta in silenzio, risucchiata dal buco nero di un io stagnante come un laghetto di larve docili che attendono il loro momento. 
Ora, viste queste premesse e le prime conseguenze, potrà mai la sempiterna coscienza, questa censura mentale, questo tic nervoso che inceppa un ingranaggio animale altrimenti lineare, risorgere? Potrà mai questo simpaticissimo pedale del cervello essere azionato una volta per tutte? O forse continueremo a fare le curve con la frizione abbassata, a folle, per andare a finire un giorno contro un guard rail costruito alla buona?

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Agrado: Mi chiamano Agrado, perché per tutta la vita ho sempre cercato di rendere la vita gradevole agli altri. Oltre che gradevole sono molto autentica: guardate che corpo, tutto fatto su misura! Occhi a mandorla, ottantamila. Naso, duecento, buttate nell'immondizia, perché l'anno dopo me l'hanno ridotto così con un'altra bastonata. Lo so che mi dà personalità, però se l'avessi saputo, non me lo toccavo. Continuo. Tette, due, perché non sono mica un mostro! Settanta ciascuna, però le ho già super-ammortizzate. Silicone nei…
Uomo del pubblico: Dove?
Agrado: Labbra, fronte, zigomi, fianchi e culo. Un litro sta sulle centomila, perciò fate voi il conto perché io l'ho già perso. Limatura della mandibola, settantacinquemila, depilazione definitiva col laser, perché le donne vengono dalle scimmie tanto quanto gli uomini, sessantamila a seduta, dipende da quanta barba una ha, normalmente da una a quattro sedute. Però se balli il flamenco ce ne vogliono di più, è chiaro. Bene, quello che stavo dicendo è che costa molto essere autentica, signora mia. E in questa cosa non si deve essere tirchi, perché una è più autentica, quanto più somiglia all'idea che ha sognato di se stessa.

[P. Almodòvar, Tutto su mia madre]

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Perdonami
per questa voce disfatta dal fumo e dalla fatica, e per questa attitudine decadente.
Perdonami 
se certe volte non riesco a difenderti come vorrei, e finisco solo per colpirti alle spalle.
Perdonami 
se a volte non riesco a respirare e ho bisogno di avere te che mi dici di farlo a pieni polmoni.
Perdonami
per le parole che non pensavo e che ho detto per trattenerti, pensando che te ne saresti andato.
Perdonami
per quello che sono e che non vorrei diventare, per tutto quello che ho detto e per le mie scuse inutili.
Perdonami 
se non riesco a non desiderare d'essere altrove in questo momento.
Perdonami
semmai tu ci riesca. 

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i-pensieri-d’oro

E' più difficile tornare alle origini che guardare avanti.
Sai da cosa deriva la "simpatia"? Viene dal greco sympàtheia, che racchiudeva alle origini  l'idea di "soffrire insieme". Come un medico: se riesce a soffrire con il suo paziente allora ha trovato la strada giusta per curarlo. 
Non trovi che ci sia una certa ironia della sorte? Che dire di essere simpatici abbia un significato molto più profondo di quanto si pensi? Non credi che si faccia uso e abuso del termine "simpatico"? 
Io so che sei una persona simpatica. Lo sei nel senso più viscerale e profondo del termine, sei quasi sfacciatamente simpatico, con la tua pelle liscia e gli occhi sottili. 
It's good to be in love, it really does suit you… just like everything. 
Che prezzo ha sotto il cielo puntellato di stelle? 
Che prezzo ha il battito cardiaco?
Che prezzo ha una distesa di nebbia che si spande generosa sulle montagne? 
Che prezzo ha il poterla guardare dall'alto sentendosi al di sopra delle nuvole? 
Che prezzo ha il conoscere ogni centimetro quadrato dell'aria che respiri?

Saperlo non è dato. 

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Non so che viso avesse, neppure come si chiamava, 
con che voce parlasse, con quale voce poi cantava, 
quanti anni avesse visto allora, di che colore i suoi capelli, 
ma nella fantasia ho l'immagine sua: 
gli eroi son tutti giovani e belli, 
gli eroi son tutti giovani e belli, 
gli eroi son tutti giovani e belli… 

Conosco invece l'epoca dei fatti, qual' era il suo mestiere: 
i primi anni del secolo, macchinista, ferroviere, 
i tempi in cui si cominciava la guerra santa dei pezzenti 
sembrava il treno anch' esso un mito di progresso 
lanciato sopra i continenti, 
lanciato sopra i continenti, 
lanciato sopra i continenti… 

E la locomotiva sembrava fosse un mostro strano 
che l'uomo dominava con il pensiero e con la mano: 
ruggendo si lasciava indietro distanze che sembravano infinite, 
sembrava avesse dentro un potere tremendo, 
la stessa forza della dinamite, 
la stessa forza della dinamite, 
la stessa forza della dinamite.. 

Ma un' altra grande forza spiegava allora le sue ali, 
parole che dicevano "gli uomini son tutti uguali" 
e contro ai re e ai tiranni scoppiava nella via 
la bomba proletaria e illuminava l' aria 
la fiaccola dell' anarchia, 
la fiaccola dell' anarchia, 
la fiaccola dell' anarchia… 

Un treno tutti i giorni passava per la sua stazione, 
un treno di lusso, lontana destinazione: 
vedeva gente riverita, pensava a quei velluti, agli ori, 
pensava al magro giorno della sua gente attorno, 
pensava un treno pieno di signori, 
pensava un treno pieno di signori, 
pensava un treno pieno di signori… 

Non so che cosa accadde, perchè prese la decisione, 
forse una rabbia antica, generazioni senza nome 
che urlarono vendetta, gli accecarono il cuore: 
dimenticò pietà, scordò la sua bontà, 
la bomba sua la macchina a vapore, 
la bomba sua la macchina a vapore, 
la bomba sua la macchina a vapore… 

E sul binario stava la locomotiva, 
la macchina pulsante sembrava fosse cosa viva, 
sembrava un giovane puledro che appena liberato il freno 
mordesse la rotaia con muscoli d' acciaio, 
con forza cieca di baleno, 
con forza cieca di baleno, 
con forza cieca di baleno… 

E un giorno come gli altri, ma forse con più rabbia in corpo 
pensò che aveva il modo di riparare a qualche torto. 
Salì sul mostro che dormiva, cercò di mandar via la sua paura 
e prima di pensare a quel che stava a fare, 
il mostro divorava la pianura, 
il mostro divorava la pianura, 
il mostro divorava la pianura… 

Correva l' altro treno ignaro e quasi senza fretta, 
nessuno immaginava di andare verso la vendetta, 
ma alla stazione di Bologna arrivò la notizia in un baleno: 
"notizia di emergenza, agite con urgenza, 
un pazzo si è lanciato contro al treno, 
un pazzo si è lanciato contro al treno, 
un pazzo si è lanciato contro al treno…" 

Ma intanto corre, corre, corre la locomotiva 
e sibila il vapore e sembra quasi cosa viva 
e sembra dire ai contadini curvi il fischio che si spande in aria: 
"Fratello, non temere, che corro al mio dovere! 
Trionfi la giustizia proletaria! 
Trionfi la giustizia proletaria! 
Trionfi la giustizia proletaria!" 

E intanto corre corre corre sempre più forte 
e corre corre corre corre verso la morte 
e niente ormai può trattenere l' immensa forza distruttrice, 
aspetta sol lo schianto e poi che giunga il manto 
della grande consolatrice, 
della grande consolatrice, 
della grande consolatrice… 

La storia ci racconta come finì la corsa 
la macchina deviata lungo una linea morta… 
con l' ultimo suo grido d' animale la macchina eruttò lapilli e lava, 
esplose contro il cielo, poi il fumo sparse il velo: 
lo raccolsero che ancora respirava, 
lo raccolsero che ancora respirava, 
lo raccolsero che ancora respirava… 

Ma a noi piace pensarlo ancora dietro al motore 
mentre fa correr via la macchina a vapore 
e che ci giunga un giorno ancora la notizia 
di una locomotiva, come una cosa viva, 
lanciata a bomba contro l' ingiustizia, 
lanciata a bomba contro l' ingiustizia, 
lanciata a bomba contro l' ingiustizia!

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