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Archive for agosto 2010

[sporcoVeleno]

Veleno. 
Veleno per quest'immagine, veleno per la sottesa misoginia, veleno per la capacità di certe donne di vendersi pure l'anima, veleno per un Corano che per me non è glorioso, veleno per un rispetto che non c'è, veleno per un' Italietta maccheronica, veleno per un folklore di cui non ho bisogno, veleno per una Chiesa che finora non ha detto nulla anche davanti alle provocazioni più acute, veleno per l'abisso in cui ci troviamo. 
Veleno per questo teatro degli orrori.
Veleno. E null'altro.

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beh, mi pubblicizzo, ogni parola su Parigi sarebbe superflua — > http://www.flickr.com/photos/leukoderma/

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J’ai le temps

Beh, dài, ci sta tutta: scrivere poche ora prima di partire. Non sentivo questa adrenalina che corre dalle punte delle dita dei piedi fino ai capelli da anni. Sono le dieci e venti, devo finire di mettere le ultime cose nello zaino dopodiché farò finta di dormire, mi sveglierò, mi preparerò e via, alla rincorsa dell'aereo. Sei arrivata, Parigi. Come un'ospite atteso da tanto – troppo – tempo. Forse da quando avevo 17 anni o giù di lì. Ho cominciato ascoltando Je n'aurais pas le temps di Michel Fugain (che mi porta indietro nel tempo di almeno dieci anni), sto proseguendo con l'immancabile Edith Piaf e poi penso che continuerò con Mireille Mathieu. Dormirò? Non credo 🙂 Mi conosco troppo bene. Niente mal di testa, niente sonno. Solo impazienza. Tanta. 
Ogni tanto penso a come stavo esattamente un anno fa. E' un ragionamento che faccio da anni. Mi metto lì a pensare a come ero, a cosa facevo, a cosa sentivo. Negli anni ho visto solo miglioramenti, devo ammetterlo. Miglioramenti che nonostante tutto si sono accavallati gli uni sugli altri. Tu sei fra questi, ovviamente. Stiamo per partire, ti rendi conto? Nous avons le temps pour nous découvrir. 
Nonna te la ricordi questa canzone? Ti piaceva tanto ascoltarla al grammofono di casa nostra. Chissà dove ti portava, chissà quanti ricordi ti smuoveva: magari ricordi di vestiti di mussolina, leggeri veli di cipria sul viso, profumi delicati come Roger & Gallet, uscite brevissime e magari un po' sorvegliate ma sempre indimenticabili, pomeriggi passati a ricamare o a cucire, e chissà quant'altro.
Questa te la dedico.

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le-radiazioni-di-fondo

Ferragosto. Finestra spalancata. Buio (sarà l'inclinazione dell'asse di rotazione). Paolo Buonvino in sotto(o sopra-)fondo. Salotto. Leggera corrente d'aria che passa attraverso la zanzariera, scende lungo il verde della parete, attraversa il marmo del pavimento, sale sulle fibre del tappeto, riscende sul pavimento e prosegue verso il soggiorno. Fa molto Marquez questa descrizione: mi ricorda il fiotto di sangue di José Arcadio che arriva fino a Rebeca. Scrivo perché so di poterlo fare. Perché so che forse è l'unica arma che riesco a imbracciare, o forse ad abbracciare, davvero. E scrivere mi ha aiutata nei momenti peggiori, in cui non c'erano fiori di Bach né psicoterapia che tenessero, quando ansimavo saltando per arrampicarmi e uscire. Dopo un anno mi sono sentita l'uomo della caverna: quello che una volta varcata la soglia vede il mondo così com'è, senza veli di Maya. E l'ho visto, ho visto il mondo che ho portato sulle spalle, nella sua sciatteria, nel suo essere slavato e banale, consumato, logoro. Il mio cuoricino ha fatto uno slalom per evitare gli ostacoli. Gli occhi no. Quelli non mentono, quelli ti sbattono in faccia ogni cosa. Pure la penna. O il tasto, in questo caso, perché credo di aver scritto le cose più belle solo davanti a un computer, e un poco mi dispiace. Un giorno stamperò tutto e lo conserverò nel raccoglitore di Hopper che mi ha regalato mia madre. Ho riletto molte delle cose che ho scritto, molte delle cose che mi sono state scritte, con un senso di estraneità e di disagio. Disagio perché non riuscivo a capirle, non riuscivo a intenderle come un tempo. Però una cosa l'ho intesa. Come diceva Byron, "Il ricordo della felicità non è felicità, il ricordo del dolore è ancora dolore". E come una radiazione di fondo si propaga, come una nuvola di Cernobyl è portata via dal vento, attraversa le città, le montagne e sparge le sue polveri sottili sui capelli degli uomini. Il dolore funziona un po' come le radiazioni: se sei fortunato riesci a evitare le estreme conseguenze e a vivere dignitosamente, se non è la tua giornata te le prendi tutte ed entro la tarda serata sei già con un piede nella fossa. Questo nei casi estremi. Perché poi c'è pure il caso intermedio, quello per cui inizialmente non sei atterrato e riesci a tirare pugni, seppur a vuoto, ma alla fine sei sempre sconfitto, o il contrario, quando quel colpo basso, forse non proprio legale, ti riassesta e buonanotte ai suonatori, non c'è dolore che tenga. 
Io ho sentito la radiazione di fondo qualche settimana fa. Quando l'eco del Big Bang è tornata come un ricordo lontano e vago, quando ho capito che tutto si era stemperato senza che me ne accorgessi. Saranno i fiori di Bach, sarai tu, sarà il tuo profumo… non lo so, fatto sta che lui s'è assopito col tempo, la sua frequenza è diminuita sempre di più, ormai è quasi impercettibile. Dall'onda impazzita che era in passato lui è diventato una retta silenziosa. E' stato un sollievo.
Piango ancora, ho sempre gli occhi verdi e non so stare da sola in metro, ma in compenso ora ho molto, molto di più, e non piango per dolore. Mi basta vederti sorridere per farti una carezza e pensare che sei mio. La quiete dopo la tempesta. 
Non sei un trofeo da ostentare, sei un bracciale da portare con discrezione sotto il polsino della camicia. Perché sei prezioso. Perché se potessi respirerei ogni atomo dell'aria che respiri tu, se potessi ascolterei solo la tua musica, se potessi correrei con te. Non posso ancora farlo. Non ancora. Mi limito a guardare quello che guardi tu, mi limito a chiudere gli occhi quando mi parli nella penombra, mi limito a seguirti a passo svelto perché se corressi avrei subito il fiatone. Ma questo è solo l'inizio. Voglio sentire solo la tua frequenza.

rumore_di_fondo

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nel mulino che vorrei…

Pretesto: un link condiviso su facebook contenente la lettera scritta da Elvira Dones e indirizzata al Presidente del Consiglio in seguito a una poco piacevole battuta sulle ragazze albanesi, dalla quale è scaturita un'opinione del gentil sesso che ormai dovrebbe essere nota ai più
 http://www.repubblica.it/politica/2010/02/15/news/scrittrice_albanese-2292563/

Causa vera: siamo alla deriva. Noi donne, intendo.

Inizio: il seguente, con le dovute avvertenze: 
1) la mia interlocutrice è tutt'altro che immaginaria, bensì fin troppo reale
2) ha ben cinque anni più di me e sta "studiando" (?) per conseguire la laurea magistrale
3) al di là dei suoi discutibilissimi gusti (ma che son pur sempre gusti) si definisce nichilista e cristiana cattolica 
4) mi sono contenuta perché la bacheca non era la mia 
5) mi sarebbe piaciuto citare la fonte per un gustoso vilipendio ma mi limito a questo genere di diffusione per non incorrere in sanzioni che non so fino a che punto sarebbero giustificate
6) avrei voluto condire tutto con un mio inserto, ma ho parlato abbastanza con lei, che, ahimé, ha il cervello sviluppato al contrario.

Buon divertimento 

Premessa: la chiameremo A, mentre io sarò B, giusto per non fare confusione.

(entra in scena A, che con il suo commento lancia la pietra): povero silvio………………..ringraziamo il cristo va là che a portare avanti un paese di dideredati c'è lui…..e silensio (povero Cristo, non solo scritto con la minuscola, ma perfino inserito in una frase con un orrore ortografico spaventoso)

B: Eh già, povero Silvio… tutti contro di lui, povero piccino picciò. In fin dei conti non ha fatto nulla di male…ma per favore.

A: si può sempre tornare a casa propria…nessuno costringe a rimanere in italia…….parliamo come mangiamo……….

B: Credo che tu ti sia ingannata sul mio nome e sulla mia nazionalità, e tralascio qualsiasi commento perché potresti prenderla seriamente male, e qualora io non fossi italiana avrei tutti i diritti di avere una persona degna di rappresentarmi, pagando le tasse e vivendo civilmente. 

Sul fatto che tu parli come mangi non ho alcun dubbio, basta vedere come hai scritto "silenzio".

A: discorsi privi da capo e coda…………studiate……

B: Bella di casa, mi dispiace ma evidentemente non ci arrivi. Tanti cari saluti.
B: E poi privi di COSA?! L'italiano, per Diana!
 

A: la ragione agli ignoranti……siamo destinati tutti a un unica fine….quindi ribadisco…studia!!la storia……..brutta bestia l'ignoranza mera (già, la ragione agli ignoranti…ma torna a guardare Uomini e donne, va')
 

B: Bah, io almeno parlo con cognizione di causa e sicuramente sto messa meglio di te, dal momento che tu dimostri di non sapere né la storia né l'italiano! Torno a leggere Gramsci, non perdo tempo con chi non sa nemmeno usare i punti di sospensione. Io studio, per la cronaca, e il problema è che gente come te, che non sa nemmeno argomentare le proprie tesi, è la causa di questa "unica fine" (che poi è da vedere). E non perdo più tempo, la bacheca è di Giorgio, che rispetto.

A: bla bla bla…….campi di tabacco…..temprano mente e cazzate….ciaooooooooooooooooooooooooooo
 

B: CVD. Come volevasi dimostrare. Sai solo ragliare. Almeno io so cosa voglia dire "temprare". Torna a leggere Cioè.
E per la cronaca non fumo, non mangio bambini e non sono atea.

Nel mulino che vorrei gente del genere non dovrebbe nemmeno esistere.

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1, 2, 3… Laurea!

Ieri sera mi sono imbattuta in un gustoso articolo letto su L'unità circa una possibile laurea honoris causa da destinare a Bossi. Non nascondo che la notizia ha solleticato il mio appetito, pertanto, leggendo qua e là, mi sono informata per saperne di più. Ebbene, a proporre tale merito sarebbe stato proprio l'attuale Ministro dell'Istruzione, il quale, previo contatto col Magnifico Rettore dell'Università dell'Insubria, avrebbe suggerito una laurea ad honorem in Scienze della Comunicazione. Ora, passino le lauree a Vasco, che come cantante non mi dice molto, e a Valentino Rossi, che sfrecciava sul fisco come sul tracciato, questa non l'ho proprio digerita. 
Eh no, non solo perché c'è una sostanziale idiosincrasia ideologica di fondo, per dirla in modo colto, ma perché che un ministro contatti un rettore per conferire una laurea a un proprio collega di governo mi pare ai limiti del reale. Non sono in fin dei conti troppo stupita, vista la frequenza di blasonate che sono costretta ad ascoltare, ma mi sento infastidita come dal ronzio di una zanzara che non riesco a schiacciare contro il muro.
Ma continuiamo: in cosa consiste esattamente questa laurea? Scienze della comunicazione. Premetto che nutro rispetto verso questa facoltà e verso chi la studia con cognizione di causa, ma mi sembra piuttosto offensivo indirizzare un simile riconoscimento a chi, in quanto a doti comunicative, non è certo un Demostene, ma si riduce a un'actio striminzita e volgare, ridotta ormai a un dito medio sollevato. Sarà l'avanguardia delle strategie comunicative che, data la mia ignoranza da letterata, non posso certo capire, non so, fatto sta che ero convinta che fino a poco tempo fa si potesse ancora fare della vera politica, mentre adesso constato che mi trovo a che fare con un teatro di oscuri pruriti adolescenziali e strette di mani sudaticce e sfuggenti.

Ma guardiamo anche l'altra faccia della medaglia. A proporre un simile provvedimento è chi, a mio parere, non svolge con piene capacità il suo incarico, sia per un'istruzione superiore smangiucchiata qua e là, sia per profonde contraddizioni interne al suo decreto (notevole come il maestro unico affiancato da altre figure didattiche riesca a sormontare e sgretolare persino il secolare principio aristotelico di identità e non contraddizione). 

Insomma, tutto questo per tornare al sacro, sacerrimo alloro, dal latino laurus, simbolo della dignità dottorale, ormai sfrondato e messo a essiccare fuori come i pomodori, da vendersi in tutti i supermercati a prezzi modici.
Cosa dovrei aggiungere, oltre alla sfiducia e all'estrema amarezza che si agitano tra le dita?

alloro

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Edera

"Mi piace il tuo odore"
"Di cosa sa?"
"…di casa tua"
"E di cosa sa casa mia?"
"…uhm… i lavori sono stati fatti da poco, la vernice è ancora fresca, poi c'è un leggero sentore di tabacco, saranno le sigarette di tua madre…per il resto è un odore di pulito, ma addosso a te è tutta un'altra cosa, è difficile da descrivere. Vedi caro, è difficile spiegare". 

Pensavo di avere sperimentato e sentito molto prima di conoscerti. Che dopo il primo bacio e la prima volta, il primo concerto e il primo viaggio, le prime poesie e le prime foto in fondo ci fosse altro, ma ben poco di nuovo. Come se avessi mangiato una coppa di gelato affondando il cucchiaino direttamente nel centro, senza preliminari e cerimonie. E invece no. E invece mi ritrovo ad ascoltare "Edera" di Max Gazzè e a pensare a ieri sera, quando in giro non c'era nessuno, ma solo la musica e noi due nella Stilo. Come se il cuore mi collassasse in pianura.
E penso che un giorno rimpiangerò tutto questo, ne proverò una nostalgia sincera ma non amara. Mi torneranno in mente la macchina parcheggiata sulle luci di una cittadina in dormiveglia, la calamita di Lubiana da mettere "in" frigo, la brezza notturna di Agosto, i finestrini imperlati di condensa, i miei disegni fatti sul vetro che versano lacrime, il chiederti la capitale dell'Australia e le briglie sciolte. Come quando ascoltavo "Vedi cara" a ripetizione sull'autobus, come quando leggevo "La grammatica di Dio", come quando prendere il treno delle 18:47 era un motivo per incontrarti ancora. Ancora. E ancora.
Mia madre dice che hai un bel sorriso. Di quelli sinceri, di quelli per cui sorridi se e solo se sei felice. E tu sei così.
Penso che chi non sappia sorridere, o peggio, lo faccia male, in fondo non sia che una persona estremamente sola. O estremamente attaccata alle apparenze. Io sono stata assemblata senza libretto delle istruzioni, sono un farmaco che si vende senza ricetta e senza foglietto illustrativo, sono una macchina da cucire senza ago, sono lettore cd ostinato, sono un castello senza fossato, un cavaliere senza armatura, sono un lenzuolo steso ad asciugare.
Però con te accanto l'aurora è ancora più vicina.

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