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Archive for ottobre 2010

con le foglie e coi rami

Forse sei stata la prima persona in grado di farmi passare il sonno. Quando litigavo con qualcuno di importante (mia madre, delle amiche ecc ecc ecc) la sera mi addormentavo con la consapevolezza che non avrei pensato. E invece mi trovo qui, con gli occhi che quasi mi fanno male, senza riuscire a resistere a quel desiderio di scriverti. 

"Artemisia" è il nome di una pianta, Artemisia era il nome di una pittrice, Artemisia è pure il luogo dal quale ti ho vista uscire. Penso che tu sia stata un po' come un'apparizione, qualcosa di imprevisto è doloroso ma al contempo inevitabile in quel momento. Mi hai fatto desiderare di aver perso l'autobus e di arrivare dopo, di dover proseguire a piedi per un tratto e tardare, qualsiasi altra cosa fuorché vederti. Non ti conosco, non ti avevo mai vista e dubito che ti rivedrò in una Roma che quasi ogni mattina mi fagocita. Eppure vederti con quella pancia un po' cresciuta, la cartella in mano e le lacrime che sembravano scendere senza frenarsi mi ha fatto male. Non so dirti, o forse non voglio farlo, quello che ho pensato, in un secondo rasentato ho potuto vagamente immaginare quale notizia ti avessero dato. Eppure in un nanosecondo ho visto il tuo dolore, quello che hai provato. Sarà che dopo un viavai di donne che entravano sorridenti tu sei stata la prima a uscire con le lacrime. 

Non so chi tu sia, né cosa ti abbiano detto, né cosa starai facendo in questo momento, però vorrei poterti essere vicina.

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A dire il vero poco fa, mentre guardavo il buio dell'Aquila, non mi veniva in mente nessun brano, nessuna melodia. Invece ora che mi trovo a scrivere in camera di mio fratello, che è diventata una sorta di secondo bunker anti-sommossa, ascolto Il trillo del diavolo di Tartini.

Ascoltavo spesso questo pezzo a Roma, in quella cucina psichedelica dove le mattonelle del pavimento erano le stesse delle pareti, con un neon che ti bucava la retina e gli spifferi della finestra che trovavano i modi più impensabili per entrare. 

Penso che sia il brano più adatto in questo momento. Non ho mai amato troppo L'Aquila. Mentirei se dicessi il contrario. L'ho sempre avvertita come un posto solitario e fin troppo calmo. E io non amo il silenzio, come non amo troppo l'introspezione, perché posso farla anche sul 90 quando devo andare a Piazza Sempione, e non sempre è gradita. Ho smesso di scappare, ma mi trovo ancora a combattere, e ogni tanto anch'io ho bisogno di un momento di tregua. Non l'ho mai amata troppo perché ogni volta che arrivavo sentivo una morsa nel cuoricino, come una spina staccata afferrando il cavo e tirando fin quasi a romperlo e a prendere la scossa. L'ho sempre detto d'essere progettata e assemblata male. Colpa di mia madre.

Poco fa, mentre i miei parlavano, guardavo L'Aquila dal finestrino. Ho avuto come l'impressione che il tempo fosse rimasto a quell'ora, che nulla fosse cambiato. Non mi lancio in querelles pseudo-politiche ma molto incazzate perché finirei per essere noiosa, ma ho avvertito una stretta guardando in direzione del centro. Perché non l'ho trovato. Perché al centro ho avuto l'impressione di vedere una enorme chiazza buia, un buco nero nel budello della Terra. E ho pensato che prima o poi lì ci finisce tutto, sta a noi decidere cosa strattonare e cosa lasciare andare con sollievo. Mi ha fatto strano. Cercare il centro e non trovarlo. 

Musti, durante le sue deliranti lezioni di storia greca, identificava il centro con l'oro, perché essendo il metallo più nobile era quello più adatto per indicare il punto di riferimento. Era un ragionamento affascinante, quasi ti dava speranza l'idea che il centro fosse l'oro, come il sole nello Scudo di Achille.  Io non ho visto l'oro. Non ho visto nemmeno degli spauriti neon che in fila dessero una parvenza d'illuminazione. Io ho visto come un piccolo cratere di buio. E ci penso tuttora. Penso che tutti noi ce l'abbiamo dentro, che spesso finiamo per buttarci anche quello che vorremmo tenere, anche quei ricordi che si attaccano come le pulci ma che sono diventati troppo fastidiosi per continuare a tenerli. Ci sono cose da gettare e cose da strattonare con tutte le forze. Perché ne vale la pena, perché lo fai col sorriso che hai di fronte al tuo rivale quando vinci. Perché è un modo per vivere. Con la rabbia, con le viscere strette in una morsa, con la forza nelle dita e nelle braccia. Con tutta l'energia che hai. 

Penso che tu sia una di quelle cose per le quali vale la pena di resistere. Sei un marchingegno di carne e ossa. Sarà che quando sorridi mi si schiude il mondo. Sarà che quando mi parli alle due di notte sotto casa sento che vale la pena di continuare a strattonare. 

E sono convinta che arriverà un giorno in cui sarai così lontano dal buco nero da non avere alcun timore, e potrò prenderti la mano e insegnarti il tango. Arriverà un giorno in cui una luce comincerà ad accendersi nel buco nero. E poi un'altra. E un'altra ancora. E poi sarà una corona di luci, un fiore nella penombra. E diventerà così piccolo che un ago sarà troppo grande per trapassarlo. 

Spero possa essere così per ogni cosa. Nel mentre strattono.

GabrieleBasilico

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Miglioriamo la seduta

Parlare per citazioni è il miglior modo per dimostrare la propria imbecillità. E' un metodo poco onesto per non rimanere in silenzio, per non sentirsi mentalmente castrati. Io credo nelle parole proprie. Quelle personali, quelle viscerali, quelle volgari ma efficaci. Almeno sono le tue. Il problema tuttavia è che la maggior parte della gente, tronfia e debordante di saccenza, non è in grado di capirlo, e parla senza filtro, pur di non dare l'impressione d'essere "normale". Quasi fosse un insulto, quasi fosse una menomazione, quasi fosse un handicap. Eppure, nello sforzarsi d'essere "alternative", queste persone diventano sterili come una vecchia vacca, stantie come il Philadelphia tenuto all'aperto. Eppur si muovono, costanti e proditorie, credendosi superiori e non capendo di valere meno della saliva del mio cane. Bah. Fine cappello.

Passiamo ad altro.

MIGLIORIAMO LA SEDUTA.

No, non è lo slogan dei nuovi cuscini del la Camera dei Deputati, né una nuova misura adottata per rendere più confortevole la permanenza a scuola da parte degli studenti e dei professori, bensì un modo per incoraggiare i fedeli di una graziosa comunità incuneata tra le dolci colline del Frusinate a devolvere i loro risparmi non a favore delle solite organizzazioni che ci dicono che ogni cinque minuti da qualche parte un bambino muore di fame (cose che succedono!), piuttosto per migliorare la seduta dei fedeli durante la funzione eucaristica all'interno della ridente chiesetta. Giustamente, essendo l'umiltà uno dei fattori principali del Cristianesimo, perché non sostituire i presenti banchi di legno con nuovi banchi di legno? Ci guadagnano tutti, la pia signora che recita il rosario e in qualche modo il bambino dell'Uganda che muore di fame, tanto la Grazia di Dio arriverà pure da lui, sicuramente. 

La somma da investire per migliorare la seduta, in modo tale da permettere che i fedeli, che ora sono accomodati su duri sedili in legno e che si inginocchiano su pedane in legno, possano rilassarsi su confortevoli banchi lignei e poggiare le loro giunture su lignee travi, è di CINQUECENTO EURO per banco (e chi li costruisce?! San Giuseppe?? ). Ora, moltiplicando questi soldi per un numero standard di banchi, ovvero considerando che si tratta di un piccolo centro e che di conseguenza la chiesa potrà ospitare al massimo una trentina di banchi, abbiamo in tutto QUINDICIMILA EURO. Cosa si può fare con quindicimila euro? Qualcuno direbbe che si potrebbe mantenere una escort di lusso in un albergo del centro per tre anni (escluse le prestazioni), qualcun altro li userebbe per finire di pagare il mutuo, qualche cassintegrato potrebbe tirare un sospiro di sollievo, e infine qualche fortunato lavoratore potrebbe usarli per mandare il figlio all'università e trovargli una sistemazione decente. Qualcuno, magari, potrebbe veramente aiutare chi ne ha bisogno. 

Non ci credete? Ecco la foto:

miglioriamo la seduta

Come vedete non parlo per citazioni né pubblico cose inventate.

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"Sai, a volte ho come l'impressione di non farcela: gli esami, le ripetizioni, lo studio, il viaggio… io a volte ho paura di non farcela e di avere le spalle troppo piccole per reggere tutto questo".
"… A me sembra, al contrario, che tu abbia le spalle molto grosse".

E poi ti chiedi come riesci a darmi conforto?

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