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Archive for dicembre 2010

Capire il tatto e non sparare a zero. 

Soppesare le parole e calibrare quelle importanti.

Concentrarsi su di loro e fare domande.

Questa è la strada giusta.

Non attaccarsi a inutili clichés freudiani.

Non pensare di avere ragione sulla mente degli altri.

Perché queste cose, nel mio mondo, scatenano l'inferno.

Un polverone inutile su quello che è anni-luce lontano da quello che provo.

Non un grammo di polvere fuori posto dove fa più male.

Gosh.

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[chill]

Portavo allora un eskimo innocente dettato solo dalla povertà

Non era la rivolta permanente, diciamo che non c'era e tanto fa…

"Avrei voluto nascere nell'Ottocento, penso proprio che sarebbe stato il periodo giusto per me". Io no.

Io mi trovo già in difficoltà nel 2010, figuriamoci nel 1800, senza diritto di voto, acqua corrente, xbox… no, non avrebbe fatto per me. E' per sdrammatizzare, ovviamente. E' per non guardare fuori dal finestrino e vedere una colonna di fumo nero manco tanto all'orizzonte. E' per non essere pesanti con le questioni importanti, per avere un minimo di superficialità e pensare che le vere cose che contano siano altre. Ma quali? 

A volte le persone in treno parlano senza filtro. Si perdono nelle loro chiacchiere delle 18:40, tra un treno della metro preso all'ultimo minuto e un pensiero alla cena. Si perdono nelle parole che dicono ad alta voce ignorando che chi sembra avere le cuffie in realtà può aver spento il lettore per non perdersi l'ennesima serie di stronzate.

"Io ce l'ho detto a mia sorella: che ce vai a fa' all'università? Guarda, al call center dove lavora ce stanno due che so' laureate, e che fanno? Le segretarie! Ma te rendi conto? Io so' uscita da ragioneria però me so messa a lavora'. A mi' sorella gli ho detto "lavora, guadagnate i soldi e vattene, perché qua nun trovi niente"

"Eh signorina, lo so, questo è un paese per vecchi, se io avessi diciotto anni ora me ne andrei all'estero".

Quante stronzate. Dette così, su un treno malmesso, mentre una ragazza dalla borsa Burberry li fulmina con lo sguardo. Mi sono chiesta cosa stia facendo allora, perché cazzo perseveri in quello in cui credo, perché continui in direzione ostinata e contraria: mi ci sono arrovellata, mentre facevo finta di guardare il buio oltre il finestrino. Ma poi ho capito. 

Ho capito che è molto facile dire che non c'è lavoro e cullarsi nella stasi piuttosto che essere disposti a tutto. 

Ho capito che è ancora più semplice pensare ai soldi immediati piuttosto che a una mente sviluppata, per di più pretendendo che gli altri si adeguino a questa forma mentis. 

Ho capito che molte persone guadano  all'estero come a qualcosa di esotico e di esaltante, come a una Eldorado a portata di clic dove si possono premere i tasti Alt-Ctrl e Canc della propria vita. Ignorano i problemi reali, ignorano l'importanza degli affetti, ignorano i soldi che ci vogliono per fare un cambiamento del genere. Ignorano loro stessi, proiettandosi in un futuro che probabilmente non avranno mai non per una sfortunata serie di eventi quanto per la sostanziale, viscerale e primitiva esigenza di rimanere attaccati al proprio suolo. Ma siccome quest'idea è ormai un cliché consunto in un mondo che in maniera coercitiva ti plasma secondo  un cosmopolitismo farlocco, queste persone glissano sul silenzio per rovesciare sugli altri parole senza senso prima di arrivare alla stazione di Colleferro. Tutto questo per non ammettere, una volta tornati a casa nello scroscio dell'acqua della doccia, che sarebbe stato possibile fare di più, che tutto avrebbe potuto essere diverso. In sintesi, per non ammettere d'essere delusi.

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[the Ice Dance]

Quando ero piccola mi piaceva guardare "Edward Mani di forbice" con mamma. Succedeva sempre così: all'inizio avevo un po' paura, poi però tutto diventava sereno. Chissà, forse erano le scenografie di Tim Burton a farmi quell'effetto. Quelle cose che fuori ti sembrano mostruose, ma solo dopo ti rendi conto di quanto siano diverse, speciali, uniche. 

Ricordo che da piccola sentivo il Natale come qualcosa che dovevo afferrare. Lo amavo, come lo amo tuttora. E' il momento in cui fuori fa freddo ma dentro no, dove posso anche passare un'intera giornata dentro casa senza sentire la noia. Sono diversi anni che faccio da sola l'albero di Natale: è un rito, è qualcosa che mi fa star bene, che mi fa sorridere. A più di vent'anni ancora mi capita di alzarmi la notte e di rimanere a fissare le luci dell'albero nel soggiorno, col sorriso, senza accendere la luce. Quando la notte non fa paura. Quando ancora tutto dorme, quando puoi pensare di stringere le cose tra le mani senza far loro del male. C'è qualcosa di magico in tutto questo, anche se ancora non ho ben capito cosa. Tuttavia so che esiste, che è là fuori, che si presenta ogniqualvolta ripongo i regali sotto l'albero con i bigliettini dei destinatari per non confondermi, o sento l'odore del brodo di carne che mia madre prepara la sera della vigilia per poi cuocerci tortellini il giorno dopo. E' in questo momento che mi capita di pensare a chi non c'è, ed è strano, ma non vedo ciò come qualcosa di malinconico, al contrario, sento che non fa freddo dentro, che per un poco quel tepore non è solo dato dalla mia letizia passeggera, ma da qualcosa che c'è, che non vedo, non sento, ma so che c'è. E allora mi rimetto a guardare Edward Mani di Forbice, faccio l'albero con la musica in sottofondo, vado in giro per Roma a fare regali, mi fermo a fissare le luci di Natale per il Corso e passeggio sorridendo. Tanto questo è un genere d'entropia che non può far altro che bene.

 

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