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Archive for febbraio 2011

Cou de pied

Stanotte mi diletto a scrivere una specie di recensione.

E' un modo per spezzare la routine, per cucire nuovi fili e tenerli tesi sperando che reggano.

Quando ero piccola ricordo che mia zia aveva in casa un carrillon con una ballerina e la musica de Il lago dei cigni. Mi incantavo quando la ascoltavo, era come se la mia mente andasse in pausa, e ascoltavo quella melodia senza sapere né che esistesse un balletto né tantomeno che vi fosse una storia dietro a quelle note. Rimanevo incantata perché era una melodia triste, sembrava quasi l'eco di un rimpianto, era struggente ma al tempo stesso non riuscivi a staccartene. Era poesia. Ricordo che se davi la carica la ballerina girava su un piedistallo con la melodia in sottofondo, e sul coperchio del carrillon c'era uno specchietto dove la sua immagine si rifletteva. Forse già da allora mi ero innamorata della danza, solo che non l'avevo capito.

Poco fa ho visto "Black Swan": in streaming, sia chiaro, e in inglese (per di più non sottotitolato) e sullo schermo di un portatile. Certo, non è la sala con il doppiaggio in italiano e il dolby surround, ma forse è stato meglio così, perché in qualche momento ho dovuto disattivare l'audio e mandare avanti di qualche scena. A metà tra una sfida con me stessa e un'impellente curiosità, proprio da Alice. 

Non posso dire di essere entusiasta quanto avrei voluto, né tantomeno me la sento di stroncarlo. Mi disturba la tendenza del regista a sbattere in faccia allo spettatore tutto ciò che può essere mostruoso, anormale, come un ginocchio che si piega al contrario. Sembra quasi una tendenza malsana, o forse un' abile (?) manovra per mascherare qualche difettuccio di fondo.

Perché sì, la Portman non potrebbe certo fare diciassette fouettés sulle punte, però forse qualche ripresa per intero non sarebbe stata poi così pessima. Possibile che in questo film non sia mai giorno? Possibile che il rapporto madre-figlia sia ridotto al misero cliché di un genitore iperprotettivo che sfoga sulla dedizione della propria figlia i suoi stessi fallimenti nella danza? Possibile che non ci sia un briciolo di amore in questo film? Disinteressato, fragile, sminuzzato che sia, non ne ho vista traccia, nonostante la glissade finale, in cui il pathos tragico e un immortale Tchaikovskij si scioglievano in un abbraccio lirico.

Mi è sembrato un film partito in mezza punta e terminato in una doppia piroetta. In punta. Superbi certi momenti, ma forse un poco deludente il filo conduttore, perché il finale, almeno per quel che mi riguarda, era chiaro già a metà film. Ed è stato lì che mi è tornato in mente qualcosa. Qualcosa di familiare, che si mescolava ai miei ricordi di infanzia e preadolescenza, qualcora che faticavo a distinguere. Ricordo che quando avevamo Streaming trascorrevamo intere serate a guardare i film più recenti, e ogni tanto usciva fuori un classico del cinema riproposto summa cum laude. E solo dopo aver letto qualche recensione (come la caustica delibera di Repubblica) mi è venuto in mente un film un po' sbiadito e molto vago. "Red Shoes". "Scarpette rosse" – e mi è tornata in mente la scena di un paio di scarpette rosse che penzolano dal soffitto. Attendo di poterlo vedere e comprendere quanto l'arte del regista di Requiem for a dream si sia spinta alla ricerca dell'innovazione e quanto, invece, abbia cercato conforto nell'abbraccio materno del passato.

Intanto domani metterò le punte.

Scarpette_Rosse1

 

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