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Archive for settembre 2011

Eugenio Scalfari, durante una puntata di "Che tempo che fa", disse che un linguaggio ridotto al minimo atrofizza il pensiero. Io penso che il problema non sia solo un linguaggio ridotto a una sequela di x k 6 e diverticoli simili, o meglio, ritengo che questa sia solo la punta dell'iceberg. Il problema sta nei muri. 

Io non sopporto i muri, specie quando mi annullano il segnale del router perché vivo in una casa costruita dai ciclopi nell'anteguerra. Non li sopporto perché il segnale o mi arriva bassissimo oppure è del tutto assente, e mi aggiro per la stanza col computer in mano – cercando di non inciampare nel groviglio di fili – per trovare quel piccolo angolo dove ci sia un segnale quasi buono. Ma NIENTE. NIENTE DI NIENTE. Silenzio stampa, radar puliti come i panni della vecchia nonna dell'Ace, quella coi capelli bianchi che por'anima suppongo sia passata a miglior vita, forse a causa di un lavaggio troppo forte (e non vado oltre per pudore). Eppure pare che i muri vadano molto di moda: di carta velina, polistirolo, legno o cemento armato comunque ci sono, e non c'è martello che tenga, o meglio, che rompa. All'inizio mi chiedevo il perché. No, correggo: li guardavo da fuori. Il muro c'è e si vede, è una scortese barriera che sei invitato a non oltrepassare (Do not go beyond…).

Poi una mattina ho cambiato postazione. Sono andata al piano di sopra e ho scoperto che esattamente sopra la stanza del router – la mia camera, dalla quale scrivo la maggior parte di queste stronzate – il segnale era addirittura eccellente, e mi sono giulivamente appollaiata qui, a osservare. E ho capito che i muri non vanno visti da fuori, ma da dentro. Che non sono un modo scortese per non farti entrare, ma un modo coatto per non uscire. Ma anche il muro di Berlino è caduto. 

Poi mi sono alzata, mi sono preparata e sono uscita perché era sabato sera. 

AceColor

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In silenzio

Chissà se anche la Luna si sente sola. Dev'esserci un silenzio assordante nell'universo.

Quando ero piccola non riuscivo a immaginarlo: mio fratello mi raccontava che se un uomo avesse gridato (!) nell'universo nessuno lo avrebbe sentito. Certo, avrebbe pure dovuto spiegarmi che un uomo nello spazio non potrebbe respirare senza bombole d'ossigeno, ma avevo otto anni, un po' di pietà. Ricordo che la cosa mi affascinava e spaventava al tempo stesso, poi ho pensato "perché mai qualcuno dovrebbe urlare nell'universo? Non ci sarebbe nessuno a rispondere". E invece non è detto. Non tanto perché a trentasei anni luce da noi hanno scoperto un pianeta molto simile alla Terra, ma perché in effetti l'uomo ha la pretesa di lanciare l'aut-aut ad ogni cosa, senza capire che il suo pianeta è forse un atomo di un intero corpo, infinitamente più grande. 

Forse l'uomo non dovrebbe preoccuparsi dell'universo. Rettifico: non in primis. Dovrebbe preoccuparsi delle brevi distanze; invece di pensare a gridare nell'universo alla ricerca della vita sugli altri pianeti dovrebbe preoccuparsi di chi sta gridando da anni dall'altra parte del muro senza essere sentito. E' come un grande ambasciatore che cura le relazioni internazionali ma che poi è separato in casa.

A volte penso a tutte le persone che hanno levato gli occhi verso la Luna ("e quante volte ci ha fissato lei" – hai aggiunto), al motivo per cui lo avranno fatto, se sul tetto di una macchina in una notte d'estate o nella morsa della fame e del gelo… non lo so, forse tutto quello che ho scritto non ha una riga di senso, sarà colpa di "Everybody hurts" dei REM, che mi instilla un senso di desolazione e voglia di agire al tempo stesso (Hold on… hold on…), ma… ma a volte penso che, come la donna, anche la Luna sia terribilmente sola. 

luna-20

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