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Archive for maggio 2012

L’italiano è una gran bella donna che non ha bisogno della notte per brillare. Non è un caffè da dolcificare, ma un letto così bello che lo si potrebbe pure lasciare disfatto. Basta a sé, con tutte le sue varianti e costrizioni, con i suoi periodi iperbarici e i ponti sospesi, senza infamia e con un po’ di lode. Non ha bisogno di rettifiche e modifiche, né tantomeno è l’utero in affitto di lingue ormai fin troppo masticate. E’ annoverato tra gli idiomi più complessi, a tal punto che talvolta nemmeno gli italiani stessi sanno adoperarlo a pieno. Dopodiché parte la sequela di “pò”, “perchè”, o gli apostrofi infilati tra le lettere come un amante nell’armadio in mezzo ai vestiti.
Il problema è che certi individui non mancano di una generosa dose di autostima. Una dose? Direi più che altro che la zuccheriera dell’autostima si è riversata sulle loro tazzine (perché a mio parere siamo tutti le piccole tazzine di un infinito servizio da caffè), un po’ come in quella scena de “La spada nella roccia”, dove la zuccheriera continua a dolcificare il tè di Semola mentre Merlino si lascia andare alle sue amabili chiacchiere. Ma cala Merlino, mica puoi sputare veleno qua e là solo perché una mela è così tronfia e matura da cadere dall’albero (dopo la tazzina c’è la teoria della mela, per la quale lo schianto contro il suolo rappresenta l’inevitabile urto con la realtà. Il problema è che non ho bisogno di tempo libero per partorire queste baggianate). Alla fin fine ognuno è libero di vivere come ritiene opportuno, con tutte le k, gli accenti gravi (ma parliamo tutti con queste “e” smisuratamente aperte?) e gli apostrofi messi come il pesto sulle fragole.

Tuttavia, se è così impellente e necessario il bisogno di svalutare l’operato altrui perché di diversa natura, almeno che si abbia l’accortezza di riconoscere i propri limiti e le proprie lacune, onde evitare di vederseli pesantemente sbattuti in faccia nel momento in cui la pentola a pressione della sopportazione dovesse cominciare a fischiare.

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Il sangue non è acqua. E manco vino (purtroppo). Però pare che non sia mai passato di moda, vuoi con i film di Tarantino, vuoi con i sexy vampiri di Tuailait (che poi pure lì ci sarebbero diverse domande di natura strettamente fisiologica, ma lasciamo stare), vuoi con i film di Tim Burton. No, non parlo di Sweeney Todd, che mi ha fatto quasi rimettere una cena, ma dell’ultima creatura sfornata da Timoteo Candeletta (credete che se si fosse chiamato così avrebbe avuto tutto quel successo?) in un sempiterno sodalizio con un fedele Johnny Depp e con un ancor più devoto Danny Elfman (che difficilmente riesce a deludermi).
Circostanza: un sabato sera al multisala con annessa cena in pizzeria. Cercherò di evitare di parlare della cremosità della mozzarella di bufala sulla pizza e della squisita frittitudine della tiella (che ho rovesciato sul pantalone di Lorenzo). Prendo i miei pop corn (perché senza non carburo e dunque non riesco a concentrarmi sul film) ed entro in sala con i miei amici: settore L, fila centrale, potrei chiedere di più? Eviterò di spoilerare un film a mio parere assai piacevole, facendo giusto qualche accenno agli attori.
L’inizio è molto in stile Candeletta, con un Johnny Depp che potrebbe pure essere vestito da sanguisuga, perché sarebbe comunque affascinante, un’atmosfera che richiama per certi aspetti “La sposa cadavere” e la polvere di “Nightmare Before Christmas”, almeno fino a quando non si salta agli anni ’70 (lo dicono nel trailer, nevvero?).
“Nights in white satin…”. No, ma che davvero? Sono i Moody Blues? Comincio a dare gomitate a Lorenzo e a girarmi in ogni dove, sembro una mamma a un saggio di danza che dice a tutti “quella è mia figlia!”. Insomma, promette più che bene, dopo questo pezzo potrebbero pure propinarmi Vanna Marchi, Mastrota e la Eminflex per il resto del tempo, non mi lamento. I colori richiamano molto le case di Edward Mani di Forbice, il mondo è altro come solo il buon vecchio Timoteo sa fare, e il film scorre senza troppi intoppi.
Michelle Pfeiffer. Ah beh, mica parliamo di Moira Orfei. Algida come sempre, esile come un fuscello (“Ma come farà?” – mi domando mentre mando giù un pugnetto di pop corn) e molto intrigante nei panni di una madre iperprotettiva. Perfino quando ti parla con un coltello dietro la schiena.
Elena Bonham Carter. Beh, sicuramente meglio della regina di Alice in Wonderland, diciamolo. Nei panni della psichiatra “ogni anno bella la metà ma sbronza il doppio” non sta troppo male, in fin dei conti non ho mai pensato che potesse interpretare un personaggio ordinario. Immaginate la faccia di Barnabas (Johnny Depp) che dopo un sonno di duecento anni (chissà che alito avrà avuto…) si risveglia e vede una donna “medico della mente”. Le gag senz’altro non mancano, per quanto soppesate con scene piuttosto raccapriccianti. Sangue a palate, o meglio, secchiate.
Jackie Earle Haley. Nessuno lo conosce? Beh, vi dico solo che interpreta il ruolo di un domestico alcolizzato, a un certo punto agita un’ascia e in una precisa battuta mette il verbo alla fine. Ah, si chiama Willie. Vi ricorda qualcuno?
Bella Heathcote. Occhioni azzurri, taglio anni ’70 e abbigliamento rétro. Anche lei un fuscello (vi ho detto che ho mangiato dei pop corn durante la proiezione?), però carina. Certo, non recita poi molto, ma è il perfetto contraltare della strega, una Eva Green di tutto rispetto.
Eva Green. No vabbè, parliamone. All’inizio non l’avevo riconosciuta, poi, nei panni di una biondona supersexy, mi è venuta in mente la giovane Isabelle di “The Dreamers” : non mi dite che vi ricordate di quel film per la trama che non ci credo manco pe’ niente! Ecco un’altra che non so come faccia ad essere così magra e prosperosa al tempo stesso (sempre masticando i pop corn). Nei panni della strega ci sta tutta, è maligna dentro, anche se non mi dispiacerebbe vederla recitare in inglese, che si sa, i doppiatori italiani fanno spesso un gran bel lavoro. Tuttavia mi viene spontanea una domanda: le sue prodezze erotiche e i lupi mannari sono una vaga presa per i fondelli di Tuailait? Non che mi dispiaccia eh, giusto per saperlo, perché figuriamoci, quando ho sentito di un film con Johnny Depp nei panni di un vampiro ho pensato “ok, o Tim Burton sta prendendo in giro Bella e compagnia, o s’è spento definitivamente”. Posso dire che non si è affatto spento, al contrario, questo freak horror, come è stato definito per l’alternarsi di gag e scene un po’ più forti (con abbondante dispendio di sangue finto), è in grado di divertire e di non farti alzare scocciato.
E poi c’ha i Moody Blues all’inizio, deve per forza essere figo.

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