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Archive for giugno 2012

 

E pensare che non ho mai avuto una gran simpatia per “Notte prima degli esami” di Antonellone. Anzi, a dire il vero ricordo che la notte prima degli esami rimasi fino a tardi in salotto con mia madre a ripeterle Montale o Quasimodo, per poi ricevere la telefonata di mio cugino che mi faceva l’in bocca al lupo. Non ricordo di aver dormito male: probabilmente avrò avuto uno dei miei colloqui dell’ultimo minuto con Dio per chiedergli, nonostante i precedenti dissidi, di metterci una parola, ma non mi pare d’aver trascorso una nottataccia. Ricordo che la mattina ero completamente rimbambita, guardavo la finestra e pensavo “ci siamo, sto per iniziare il tema di maturità. Porca vacca (sì, certo, “vacca”)”. I miei toni signorili non vengono meno neppure nelle occasioni più importanti. Sento ancora il plico delle tracce sotto le punte delle dita: lo guardavo con un’aria interrogativa senza precedenti. Analisi di un brano del Purgatorio / Paradiso (non me lo ricordo)? Ma anche no, fosse stato l’Inferno pure pure. Saggio scientifico? Sì, e dopo scrivo un sms a Margherita Hack. Saggio artistico? Manco me lo ricordo. Ricordo solo che scelsi la mia traccia (quella sul viaggio) dopo le 9:20, mentre intorno a me era uno scartabellare continuo, penne che cessavano misteriosamente la loro vita  nel momento meno opportuno, brusii e vocine non tanto sommesse, ma soprattutto ricordo lo sguardo inorridito di una mia compagna di classe al vedermi col foglio (ancora) immacolato. “Che acciderbolina ti guardi? Attenta che te li cavo quegli occhi” – non glielo dissi, ma la mia reazione fu così chiara che si girò immediatamente. Poi cominciai a scrivere, scrivere, scrivere… mi venne il solito callo all’anulare destro (quasi venticinque anni e ho ancora serie perplessità sul corretto uso della penna, mi vergogno alacremente), consegnai verso le 14:20 e poi piansi come una fontana durante il tragitto verso casa. Poi fu la volta della versione di latino, con un Tacito degli Annales: ero molto più tranquilla, tanto che dopo la consegna andai a fare un giro al mercato con una mia compagna di classe per premiarmi o consolarmi a seconda del risultato. Infine fu la volta della terza prova: l’immancabile domanda sul romanzo ellenistico, l’Ulysses di Joyce, due quesiti di storia (opportunamente rimossi come il professore)  e perfino l’umiliazione di due domande di educazione fisica, ma la peggior prestazione fu quella di matematica, che riuscii a sbagliare pur avendo cercato di imparare a memoria teoremi e dimostrazioni (a riprova del mio amore per  il mondo di Pitagora. I miei interessi si fermano a Paperino e il mondo della Matemagica). Purtroppo le cose imparate a memoria sono quelle che tendo più facilmente a dimenticare.

8 Luglio. Esami orali: la mia sconsideratezza mi spinge ad andare a scuola molto prima del previsto, con il risultato di una estenuante attesa durante la quale ho alternato stati d’agitazione cocainogeni a momenti di esilarante tranquillità. Insomma, un pout pourri di sensazioni. Mi chiamano. Ora immaginate una ragazza con una maglietta extralarge del Jack Daniel’s, dei jeans neri, le Gazelle dell’Adidas giallo canarino e un’espressione visibilmente provata che si siede davanti alla commissione e comincia a parlare come ET per la gola secca. Quella sono io. Ricordo la mia prof di latino e greco che mi porse un bicchiere d’acqua e mi consigliò di bere, calmarmi e parlare. In effetti fece effetto. Passò tutto: Quintiliano e Tacito, Seneca e Plinio il Giovane, Antigone e Medea,  Pirandello e D’Annunzio, Feuerbach e i suoi uomini che sono quel che mangiano, Joyce ed Ezra Pound… fino alla domanda di trigonometria (ma allora è vizio – direte, ma ci sarà pure un motivo se ho scelto il classico e non lo scientifico!), decisamente inattesa. Un triangolo iscritto in un cerchio. Ancora adesso mi chiedo cosa debba farci, ma ricordo che dopo pochi secondi di imbarazzante silenzio, in cui si udivano in lontananza balle di fieno che si accatastavano l’una sull’altra e il cinguettare di uccellini amorosi, la mia professoressa di latino e greco chiese alla collega quando mai nella vita avrei incontrato un triangolo iscritto in un cerchio, per poi esortarla a passare alla domanda di fisica. Momenti di estremo imbarazzo e al tempo stesso di infinita gratitudine da parte mia, che sudavo come una risaia. Passate le domande di fisica si terminò con quelle di educazione fisica (lo so, mi vergogno a dirlo, ma immagino il senso di rivalsa della professoressa, davanti alla quale avevo spesso accusato mali non sempre di natura femminile), dopodiché una bella stretta di mano, una smorfia di disappunto della commissione per aver detto di aver fatto un pensierino al Dams (poi vistosamente retrocesso, considerate le conseguenze) e un sano, irrinunciabile gesto dell’ombrello davanti al liceo, con il proposito di non entrarci mai più.

Tuttavia, quando mi trovo a seguire nelle versioni i ragazzi di quel liceo, mi sembra di entrare dalla porta di servizio, come se, in fin dei conti, non fossi mai del tutto uscita da quella scuola, avessi il fiatone e sentissi il rumore dei miei passi mentre salgo di fretta le scale, perché, come al solito, sono arrivata in ritardo.

Chissà, magari un giorno potrò trovarmi dall’altra parte del banco a porgere un bicchiere d’acqua.

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