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Archive for luglio 2012

Ammettiamolo: forse presentarsi a un esame con una maglietta con su scritta una strofa dell’Avvelenata di Guccini è un po’ come segarsi una gamba prima di una maratona, anche se dipende dai punti di vista. Tuttavia oggi quelle parole dell’Avvelenata (“io canto quando posso e come posso, quando ne ho voglia, senza applausi o fischi, vendere o no non passa tra i miei rischi, non comprate i miei dischi e sputatemi addosso”) hanno avuto un non so che di profetico.
Ammettiamolo: non ho mai desiderato fare la filologa. Ho sostenuto gli esami curriculari, ma senza l’afflato e la grinta con cui ho preparato quelli di linguistica (o più volgarmente “lingua”, sic[k] et simpliciter); ho consultato le edizioni critiche con un certo languore di stomaco davanti alle varianti, agli emendamenti, alle congetture e ai consensus codicum; infine ho sempre cercato – purtroppo senza arrivarne a capo – di capire gli accanimenti filologico-terapeutici dei grandi nomi di questa disciplina per poi puntualmente dimenticare i nomi di questi illustri sconosciuti. Per farla breve, fare filologia per me è un po’ come andare a una cena di gala con un vestito di Chanel aderente e dal taglio dritto, di una classe che non tramonta mai, ma di un tessuto che non consente di mangiare nemmeno un vol-au-vent. E io amo i vol-au-vent.
Eppure, nonostante la congenita idiosincrasia, quando si tratta di studiare un’edizione critica e sviluppare discorsi intorno alla scelta di alcune varianti (insomma, quando riesco a farci ricicciare un po’ di lingua) faccio aderire la mia persona a una sedia e inizio a studiare, ma se c’è una cosa che io non riesco a fare è ricordare i nomi dei grandi editori. Non è che non ci riesca, è che mi pare un lavoro infruttuoso ricordare i nomi di chi ha scritto cosa senza avere avuto il piacere di sfogliare almeno qualche pagina: un po’ come la gente che campa di citazioni e poi ha letto un quarto di libro (nella migliore delle ipotesi). Che posso farci, sono fatta così, sicuramente il fatto ha una sua gravità, ma in fin dei conti io ho sempre parteggiato per la sostanza.
Oggi ho sostenuto un esame con un professore che stimo particolarmente. Forse è stato proprio questo a rendermi il più delle volte impacciata e lenta nei collegamenti, ma nonostante tutto è andata bene, se non fosse stato per la (pesante e reiterata) nota di rimprovero per aver ignorato alcuni nomi di importanti cultori della materia. L’esame non è andato affatto male, ma come dire, ho avvertito quasi una mancanza di humanitas nell’espressione “beh, certo, lei fa bene a vergognarsi per questo”.
Del resto, contessa, di che si stupisce? Anche l’operaio vuole il figlio dottore, e pensi che ambiente ne può venir fuori.
Ma non importa. Non importa perché nel momento in cui queste cose mi sono state fatte notare ex cathedra sono arrossita per la vergogna. E finché c’è vergogna c’è senso del pudore. Finché c’è senso del pudore c’è una consapevolezza dei propri limiti. Finché c’è consapevolezza dei propri limiti ci sono anche umiltà e voglia di migliorarsi. Insomma, finché c’è vergogna c’è speranza.
Ora il libro dell’esame svolge la sua funzione più consona: fare da supporto al mio pc per evitare che si surriscaldi a contatto con la superficie del tavolo.

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