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Archive for marzo 2015

Gregory Crewdson (1999)

Woman in Flowers

Eravamo noi, i soliti del sabato sera, quelli che se si organizzano in anticipo finisce che trovano tutto occupato e poi vanno a cucinare la carbonara a casa di qualcuno. Eravamo seduti in cerchio su sedie di paglia, chi con le gambe accavallate, chi con le ginocchia al petto. Mentre ridevamo sembrava che la telecamera si muovesse, come sul set di un film: riprendeva ogni angolo di sorriso, ogni ruga intorno agli occhi, ogni deliziosa imperfezione. Un’istantanea di normalità. La stanza era vuota, ma una delle pareti era rossa, e le mattonelle sul pavimento erano come quelle di casa di mia nonna, ma grigie, rotte agli angoli e consumate. Le finestre erano chiuse e fuori era buio (noi lo sapevamo), e ridevamo a crepapelle, quando a un certo punto abbiamo smesso. Bruscamente. Poco dopo ci siamo guardati tutti in faccia, e non avevamo più le rughe per il riso, non mostravamo più i denti, e non volava nemmeno una parola. Quando è subentrato il silenzio qualcosa ci ha riportati alla realtà, quella stessa realtà che cercavamo di scacciare con i movimenti del diaframma, a volte con sicurezza, a volte con malcelata disinvoltura. Qualcosa ci ha riportati alla realtà, come una mano che ti sorprende alle spalle, ti strattona e ti porta in un vicolo cieco, e poi tutto si dissolve, come in un film.

Era come svegliarsi da un sogno in una cella. Noi eravamo in una stanza spoglia con una parete rossa, e fuori era buio, lo sapevamo, così come sapevamo che oltre quella porta c’era qualcosa che ci spaventava, qualcosa che faceva salire un brivido sottile lungo la schiena, come una corrente d’aria fredda all’improvviso. Era per questo che preferivamo rimanere nella stanza dal pavimento consumato, davanti alla parete rossa, ingannando il terrore che c’era lì fuori o il tempo, o forse entrambi. Eppure sapevamo di dover fare un bel respiro e di procedere a tentoni, perché non siamo fatti per vedere al buio: certe cose ci sfuggono persino in piena luce. Tu mi dicevi che prima o poi avrei dovuto fare i conti con la ragazza oltre la porta, che giaceva riversa su una sedia senza un grammo di vita, e con lei tutte quelle persone che erano finite schiacciate dalla paura. Sapevo che si trovava oltre la porta,  e sapevo – pur non volendolo – che prima o poi avrei fatto i conti anche con lei. Dovevo uscire, attraversare quel campo minato di morti e soprattutto sfuggire a una bestia che non era mai sazia di masticare altre ossa. In quel momento tu mi hai preso la mano, hai guidato i miei passi incerti dicendomi quando era il momento di stare ferma e quando dovevo scattare per non essere presa: ci muovevamo in un giardino di siepi, sembrava un labirinto, e dietro ogni cespuglio il sospiro e il sollievo e le parole “fin qui tutto bene”, con il rumore sordo dei piedi che affondavano nell’erba.

Forse ancora non sono uscita, forse è ancora buio e io sto cercando l’ennesimo cespuglio dietro al quale nascondermi. Forse ancora non è giorno, ma so che prima o poi ci sarà così tanto sole che torneranno le rughe intorno agli occhi, e forse in quel momento i miei passi saranno meno incerti.

(Ormai il mio inconscio giace disteso sul lettino mentre io fingo di prendere appunti e faccio ghirigori, e questo è l’ultimo sogno che mi ha raccontato)

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