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Archive for febbraio 2016

Mondano lunedì mattina

Nonna

“Oh, I’m scared of the middle place between light and nowhere”

Questa era mia nonna: qui aveva poco meno di venticinque anni, e la foto era stata scattata ad Avezzano, nel giardino della casa di suo nonno. Io me la ricordo molto anziana, con i capelli bianchissimi sempre in ordine e i lobi delle orecchie che le pendevano per il peso degli orecchini. Non ci vedeva ormai da anni, anzi, a dire il vero non mi ha mai vista. Ricordo i suoi occhi celesti, che all’inizio mi facevano un po’ impressione, perché in uno non vedevo la pupilla. Le chiedevo sempre: “Nonna, ma tu cosa vedi?”. “A’ nonna, e cosa vuoi farmi vedere? Niente”. E certe volte io chiudevo e strizzavo gli occhi, e mi sembrava di vedere il nero, il blu, l’arancione… ma lei niente, non vedeva niente. No, non ero proprio persuasa. Ammetto di averle fatto perdere la pazienza più di qualche volta con le mie domande insistenti: evidentemente già all’epoca mostravo un’innata attitudine al rompimento di palle.

Portone, quattro passi, cassette della posta sulla destra, quattro scalini, quadro della Madonna di fronte (segno della Croce) e porta del suo appartamento sulla destra: sento ancora l’odore acre della vernice vecchia. Appena entravi, sulla sinistra, c’erano una poltrona e la console con lo specchio. A separare l’ingresso dalla sala era una veneziana perennemente abbassata: di fronte il lungo corridoio che portava in bagno e nella camera da letto, oltre la veneziana la sala da pranzo. Un grande mobile sulla sinistra, la credenza sulla destra e il tavolo rotondo al centro, quello dove mangiavo i crackers con il canovaccio aperto per non fare la prateria (a casa mia si dice “mappina”, ma una volta mi hanno guardato strano). In fondo alla stanza, tra la credenza e il frigorifero, un Hirundo marrone dove andavo a prendere i formaggini Belpaese, c’era la poltrona di mia nonna, e di fronte la porta della cucina.

La cucina era piccola e lunga. A volte mi sembra di sentire ancora l’odore della Calinda che veniva dall’armadio in fondo a sinistra, altre volte di vedere il tavolo sul quale facevo colazione. Rivedo mia nonna accanto ai fornelli (perché lei una badante l’ha voluta solo negli ultimi mesi di vita, dopo una lunga battaglia), mentre mi prepara gli involtini con la fettina e il prosciutto crudo.

Quando dovevo andare in bagno saliva la paura: dovevo superare il corridoio, ed era lì che iniziava la corsa a ostacoli. Quattro passi e a destra c’era la porta del salotto, un altro passo e mi trovavo a sinistra la cappottiera con lo specchio: adesso quella cappottiera si trova a casa mia, ma all’epoca non mi guardavo mai allo specchio per paura di vedere qualcun altro. Altri quattro passi, girare a destra: corridoio finito. Davanti c’era la porta del bagno, a sinistra quella della camera da letto, sempre aperta, quindi non ricordo manco come fosse fatta. Di fronte a me c’erano due letti in parallelo: uno era di nonna, e quando dormivo nell’altro lei entrava, rimboccava le coperte e le infilava sotto il materasso. Ti sentivi stretto a saponetta, ma in compenso il materasso era alto e stavi al caldo: il calore del compromesso. Quando aprivo gli occhi di notte – perché all’epoca già bevevo come un cammello e mostravo i segni di un bisogno compulsivo di andare in bagno – vedevo la foto di mio nonno, che non ho mai conosciuto, illuminata da una lampadina elettrica, e sopra quella di Nino, uno dei due figli che i miei nonni avevano perso.

Ovviamente, una volta finito in bagno, schizzavo alla velocità della luce per tornare in salotto: dopo la catabasi nel corridoio tornare al mondo dei vivi era un’impresa tutt’altro che priva di rischi. “A’ nonna, accendi il riscaldamento?” / “Sssssì…”, e abbassavo la levetta rossa vicino alla porta del corridoio, giravo a sinistra e subito ero in sala. Anche stavolta ero tornata con lo scudo.

Poi si iniziava a chiacchierare. Prendevo lo sgabello foderato di pelle verde scura, mi sedevo e l’ascoltavo. Quando ero piccola mi incuriosivano le sue rughe sullo sterno, e quando cercavo di stenderle con le dita sorrideva e toglieva la mano: mi divertivo così tanto che lo facevo apposta. Mi raccontava della sorella, Maria Flora, che suonava il pianoforte ed era morta a diciotto anni, dopo una polmonite che aveva preso nel corso di una manifestazione fascista a Latina, e che dopo la caduta del fascismo il mio bisnonno era andato di notte a sostituire la lapide, per evitare che la mia bisnonna al mattino avesse un infarto nel vedere la tomba profanata. Mi raccontava pure di quando frequentava mio nonno, che da giovane era chiamato Rodolfo Valentino, della guerra, della fame e dei giovani soldati tedeschi che presero in braccio mio zio e giocarono con lui.

E poi si facevano le sei, mamma veniva a prendermi e andavamo a fare la spesa al Sidis, dove una volta l’ho persa di vista, sono andata alle casse e ho fatto annunciare alla cassiera che “Nicoletta aspetta la madre alle casse”: nel vedere mia madre la cassiera capì il mio grado di affidabilità, dato che non era affatto vestita come l’avevo descritta. Già allora mostravo i segni di una memoria terribilmente selettiva, come quando chiedo a mia madre se la festa di San Rocco sia il 16 o il 17 di Agosto (e lei, come le formiche nel loro piccolo, s’incazza).

Il sabato era il giorno del videonoleggio: poco prima della chiusura andavo alla “Star Dust”, vicino l’ospedale vecchio, e finivo per noleggiare SEMPRE gli stessi cartoni, nell’ordine “La Bella e la Bestia” (perché “la vera bellezza si trova nel cuore”), “Fern Gully” (e quando mi avvicinavo a un albero avevo paura che uscisse Hexxus) e “La Sirenetta”, che mio padre avrà visto almeno ottanta volte- NON SCHERZO. Poi dritta a casa, cena di fretta e film. Ripensandoci, forse era più mondano il sabato sera di allora.

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