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Ritorno alla pampa

Siediti, devo parlarti.

Ascoltami bene, perché non ho intenzione né di ripetere né di negare quello che sto per dire, quindi cerca di sgombrare la tua mente da altri pensieri e concentrati sulle mie parole. Forse t’ingannano questa maglia un po’  larga e alla buona, queste scarpe da ginnastica che hanno visto tempi migliori e questi capelli sistemati con una penna. Magari ti ingannano pure questo viso con le occhiaie, queste unghie tagliate e non smaltate, questi segni d’inchiostro sull’anulare destro e quel rossore che mi prende quando mi sento giudicata. Sai com’è, la mattina preferisco preparare lo zaino e chiacchierare con mia madre durante la colazione anziché stare a stuccarmi davanti allo specchio. Eh sì, poi mi tocca fare due ore di viaggio, una su un autobus di liceali (e non) rampanti e una su un treno di pendolari, persone che si alzano molto presto la mattina per essere alle nove in ufficio. Poi, quando arrivo alla stazione, mi faccio sempre quei dieci minuti a piedi per arrivare all’università, non perché non voglia pagare il biglietto dell’autobus per arrivare in facoltà, ma semplicemente perché mi fa bene. In quel paese di provincia in cui vivo le distanze sono accorciate, e anche quando mi trovo in una grande città tendo a portarmi i segni di quel paese addosso. Paese di provincia, sì, poco meno di trentamila anime, mica piccolo eh. Sì, lo so, non è la metropoli in cui vivi tu, però io non credo di essere cresciuta in un ambiente chiuso e gretto, anzi.

No, aspetta, forse il problema di fondo è un altro. Tu quando pensi alla provincia forse ci immagini come piccoli coloni che si alzano alle cinque del mattino per andare nella stalla o a prendere l’acqua nel pozzo, noi che forse abbiamo una sola scuola elementare in tutto il paese e che magari non conosciamo il significato del termine “supermercato”. Magari abbiamo il cerusico anziché il medico, e tu immagini anche delle feste di paese dove i giovani ballano e il giorno dopo il ragazzo va a chiedere la mano della figlia di un contadino, lì dove un bacio è una promessa di matrimonio. Chissà, forse pensi anche che le ragazze, quelle poche elette che arrivano al diploma, raramente vadano all’università: le vedi a diciannove anni a misurarsi il vestito da sposa della nonna, magari con un bambino in grembo. No, non è così.

Essere “di provincia”, come talvolta dici non senza una nota di snobismo e vago disprezzo, non significa solo ed esclusivamente questo. Non sto qui a dirti che abbiamo diverse scuole elementari, medie e superiori dove affluiscono studenti dei paesi vicini, né che i ragazzi del mio paese si dividono gli studi tra tre atenei (per non contare chi va più lontano), né ti informo del fatto che abbiamo l’acqua corrente e l’imbarazzo della scelta per i supermercati in cui andare a fare la spesa. Non solo noi ragazze prendiamo la patente, ma usciamo anche senza compagnia maschile e facciamo le ore piccole. Poi certo, immagino che sia stupefacente il fatto che le nostre scuole superiori promuovano anche degli scambi culturali (ben oltre la provincia di Frosinone, eh!), e che a venti chilometri dal mio paese ogni anno si faccia il Certamen Ciceronianum Arpinas (sì, so anche che si pronuncia Arpinàs, ce lo insegnò un professore del Meridione che si imbufaliva quando ci vedeva manducar la cingomma per l’aere terso).

Ma no, non mi sono mica offesa. Semplicemente, vista la tua opinione dettata da una grave ignoranza (nel senso puro del termine, chiaramente), ho pensato che fosse opportuno illuminarti sulla mia condizione al di fuori dell’ambito universitario, giusto per farti capire che al ritorno dalla grande città non mi trovo nella pampa dove volano balle di fieno e un arzillo anziano sta con il fucile spianato urlando: “ehi tu, non toccare le mie pecore” (mi viene in mente “ehi tu porco, levale le mani di dosso!”, ma evidentemente, mentre io guardavo Ritorno al Futuro, tu avevi cose più importanti da fare).

Citando Guccini potrei dire che son della razza mia, per quanto grande sia, la prima che ha studiato, ma non è così. Mi dispiace di dover guastare quest’immagine idilliaca dell’ingenua ragazza di provincia che scrive in un modo troppo fantasioso. Forse leggo i libri sbagliati (o forse leggo e basta), forse disturba che la mia condizione di donna si sposi con un interesse per svariati ambiti, o semplicemente con l’idea di un cervello che galleggia nel liquor. Sì, so anche cos’è il liquor, ma non me l’ha insegnato un ragazzo di città studente di medicina.

Solo una domanda: se tutto questo ti prude come la puntura di una zanzara sotto la pianta del piede, chi è il “provinciale” tra noi due?

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Piantiamola una buona volta di criticare le nuove generazioni. Almeno per non infangare quello che siamo stati. Piantiamola di dire che prima era tutto diverso, che non c’era facebook e che i ragazzini non erano sfacciati e smaliziati come adesso, o almeno cerchiamo di vedere quel che conta, invece di stare lì con il gesso in mano a scrivere alla lavagna quelli che parlano per attendere con pungente soddisfazione la punizione della maestra. Soprattutto evitiamo di condannare in toto gli adolescenti come se fossero l’ennesima aberrazione frutto di un’epoca in cui tecnologia e ignoranza vanno di pari passo. Proviamo a vedere quelli che leggono, quelli che suonano la chitarra, quelli che studiano danza, giocano a pallavolo o vanno a correre al campo sportivo. Proviamo a vedere quelli che ancora arrossiscono quando parli di contraccezione, quelli che vanno a manifestare un po’ con la consapevolezza che quel giorno non faranno un tubo, un po’ con la voglia di stare insieme e ritrovarsi in piazza con gli striscioni, il sudore e la voce arrochita. Proviamo a separare le foglie marce da quelle buone, e prima di buttare le prime, vediamo se sono così irrimediabili come vorrebbero farci credere, o come noi stessi, a volte per vigliaccheria, vorremmo pensare. Proviamo a pulirle sotto l’acqua, a togliere tutto il marcio che abbiamo lasciato sedimentare nell’indifferenza, e poi vediamo. Vediamo se pure noi magari non abbiamo qualche foglia che ci sforziamo di nascondere perché altrimenti ne proveremmo vergogna, se siamo così limpidi e cristallini come ci sforziamo di apparire su un social network (che ormai di “social” ha soltanto il nome) arrivando persino a esibire prese di posizione che dal vivo ci guarderemmo bene dal fare.

Ma soprattutto guardiamoci allo specchio per capire che se tra i banchi ci sono ragazzi immersi fino al collo nell’adolescenza, noi ancora non ne siamo usciti del tutto. E sentirsi sazi della vita fino a dispensare consigli a venticinque anni è – a mio parere – quanto di più deleterio possa esserci.

 

Avete presente le patatine del discount? Quelle che costano pochissimo ma trasudano olio di frittura già solo a guardarle? Se le guardate da vicino potete persino vedere le goccioline d’olio sulla busta, ovviamente trasparente (geniacci, se almeno l’avessero fatta colorata avrebbero nascosto le vergogne), e immaginare che quell’olio abbia attraversato cinque o sei fritture, nella migliore delle ipotesi. Le vostre dita sono unte al primo sguardo e in fin dei conti il sapore lascia un po’ a desiderare, perché oltre all’olio sentite ben poco.

Io sono convinta che non esistano solo patatine, ma anche persone del discount. Persone apparentemente ricche, intelligenti, che magari ti avvicinano con una parvenza di comprensione e con uno sguardo che sembra quasi benevolo nei tuoi confronti, vuoi per la giovane età, vuoi per l’ingenuità delle tue aspirazioni. Poi però col tempo cominci a vedere che da quella parvenza trasuda viscidume, e allora quelle voci di corridoio, tanto periferiche quanto superficiali, cominciano ad acquisire un peso, una consistenza. E cominci a renderti conto di avere a che fare con una persona che si svuota piano piano di buone maniere, fino ad assumere un ghigno di superiorità che sveglia gli istinti sotterrati tanto tempo fa (ho fatto la rima!). Allora cominci a chiederti a cosa serva avere un curriculum vitae chilometrico per poi essere meno profondi di un secchio, ma soprattutto talmente tirchi da lesinare sulle lettere anche nei messaggi ridotti all’essenziale. Soprattutto cominci a capire perché certe persone si muovano da sole, talvolta nell’ombra, e  si vestano di sicurezza per nascondere il loro essere nudi come vermi. Non capisci se covino rabbia e frustrazione o se sia semplicemente l’ennesimo scherzo giocato dalla solitudine, fatto sta che a un certo punto la stanchezza comincia a farsi sentire e finisci per gettare la spugna.

Eppure, nel momento in cui lo fai e il cielo sembra rannuvolarsi, capisci che c’è sempre una soluzione, e che certe cose è meglio saperle subito e non dopo, ma soprattutto realizzi che a volte le patatine del discount sono più autentiche di certe persone.

Perché non nascondono niente, l’olio della frittura si vede già dall’esterno.

http://www.youtube.com/watch?v=z8xXaau__y8&feature=related

Guardo questa pubblicità ogni volta che ho l’impressione che le pareti intorno a me siano troppo spesse. Lo so che è una semplice pubblicità di jeans, una trovata geniale che sublima un prodotto di fatto assai comune, ma io ci vedo altro. Io ci vedo la possibilità di abbattere davvero le pareti, soprattutto quelle che ogni giorno costruiamo con chicchi di paura, nella peggiore delle ipotesi inconsapevolmente. Sarà la musica di Handel, sarà il momento di rabbia che balena nello sguardo del ragazzo prima di voltarsi e cominciare a correre, ma per me è come un richiamo, e forse non sono solo io a vederci qualcosa di mio. Del resto, sono pareti che conosco fin troppo bene: le ho costruite – e fatte costruire – meticolosamente, pensando che al loro interno sarei stata al sicuro, e invece ho cominciato ad avere freddo, fino a realizzare che stavano restringendosi di giorno in giorno. Siamo circondati da pareti: nelle nostre case, negli uffici, negli ascensori, nella metropolitana, quasi dappertutto, e talvolta le sentiamo così materne e protettive che l’aria aperta ci fa paura, e per dare una veste socialmente accettabile a questo disagio parliamo di agorafobia. Tutto quello che finisce in -fobia e -mania sembra avere una veste dotta e al tempo stesso rassicurante, come se volessimo coprirci tutto il corpo con un’etichetta, tirata ora qua ora là, all’insegna di un horror vacui che tanto ci spaventa. Ci sentiamo tanto progrediti rispetto ai nostri antenati che andavano da soli per boschi e montagne ma siamo in preda all’ansia se dimentichiamo il telefono a casa. Abbiamo perso il gusto dell’attesa, parliamo di crisi senza sapere che la vera crisi non è un brivido vacillante ma una presa di posizione, e nel frattempo ci lasciamo cuocere a fuoco lento in preda al torpore.  Dobbiamo riempire ogni momento, ogni giornata, organizzare il tempo libero e tenere lo sguardo verso il futuro, proprio perché l’imprevisto fa paura tanto quanto il presente, e nel frattempo ci perdiamo il sapore delle cose.

E’ in momenti del genere che realizzo la necessità di andare oltre, di deviare, di vivere trasversale. E comincio a pensare di poter correre sui tronchi e tuffarmi in un mare di stelle, perché c’è troppa vita che mi palpita intorno.

Ammettiamolo: forse presentarsi a un esame con una maglietta con su scritta una strofa dell’Avvelenata di Guccini è un po’ come segarsi una gamba prima di una maratona, anche se dipende dai punti di vista. Tuttavia oggi quelle parole dell’Avvelenata (“io canto quando posso e come posso, quando ne ho voglia, senza applausi o fischi, vendere o no non passa tra i miei rischi, non comprate i miei dischi e sputatemi addosso”) hanno avuto un non so che di profetico.
Ammettiamolo: non ho mai desiderato fare la filologa. Ho sostenuto gli esami curriculari, ma senza l’afflato e la grinta con cui ho preparato quelli di linguistica (o più volgarmente “lingua”, sic[k] et simpliciter); ho consultato le edizioni critiche con un certo languore di stomaco davanti alle varianti, agli emendamenti, alle congetture e ai consensus codicum; infine ho sempre cercato – purtroppo senza arrivarne a capo – di capire gli accanimenti filologico-terapeutici dei grandi nomi di questa disciplina per poi puntualmente dimenticare i nomi di questi illustri sconosciuti. Per farla breve, fare filologia per me è un po’ come andare a una cena di gala con un vestito di Chanel aderente e dal taglio dritto, di una classe che non tramonta mai, ma di un tessuto che non consente di mangiare nemmeno un vol-au-vent. E io amo i vol-au-vent.
Eppure, nonostante la congenita idiosincrasia, quando si tratta di studiare un’edizione critica e sviluppare discorsi intorno alla scelta di alcune varianti (insomma, quando riesco a farci ricicciare un po’ di lingua) faccio aderire la mia persona a una sedia e inizio a studiare, ma se c’è una cosa che io non riesco a fare è ricordare i nomi dei grandi editori. Non è che non ci riesca, è che mi pare un lavoro infruttuoso ricordare i nomi di chi ha scritto cosa senza avere avuto il piacere di sfogliare almeno qualche pagina: un po’ come la gente che campa di citazioni e poi ha letto un quarto di libro (nella migliore delle ipotesi). Che posso farci, sono fatta così, sicuramente il fatto ha una sua gravità, ma in fin dei conti io ho sempre parteggiato per la sostanza.
Oggi ho sostenuto un esame con un professore che stimo particolarmente. Forse è stato proprio questo a rendermi il più delle volte impacciata e lenta nei collegamenti, ma nonostante tutto è andata bene, se non fosse stato per la (pesante e reiterata) nota di rimprovero per aver ignorato alcuni nomi di importanti cultori della materia. L’esame non è andato affatto male, ma come dire, ho avvertito quasi una mancanza di humanitas nell’espressione “beh, certo, lei fa bene a vergognarsi per questo”.
Del resto, contessa, di che si stupisce? Anche l’operaio vuole il figlio dottore, e pensi che ambiente ne può venir fuori.
Ma non importa. Non importa perché nel momento in cui queste cose mi sono state fatte notare ex cathedra sono arrossita per la vergogna. E finché c’è vergogna c’è senso del pudore. Finché c’è senso del pudore c’è una consapevolezza dei propri limiti. Finché c’è consapevolezza dei propri limiti ci sono anche umiltà e voglia di migliorarsi. Insomma, finché c’è vergogna c’è speranza.
Ora il libro dell’esame svolge la sua funzione più consona: fare da supporto al mio pc per evitare che si surriscaldi a contatto con la superficie del tavolo.

 

E pensare che non ho mai avuto una gran simpatia per “Notte prima degli esami” di Antonellone. Anzi, a dire il vero ricordo che la notte prima degli esami rimasi fino a tardi in salotto con mia madre a ripeterle Montale o Quasimodo, per poi ricevere la telefonata di mio cugino che mi faceva l’in bocca al lupo. Non ricordo di aver dormito male: probabilmente avrò avuto uno dei miei colloqui dell’ultimo minuto con Dio per chiedergli, nonostante i precedenti dissidi, di metterci una parola, ma non mi pare d’aver trascorso una nottataccia. Ricordo che la mattina ero completamente rimbambita, guardavo la finestra e pensavo “ci siamo, sto per iniziare il tema di maturità. Porca vacca (sì, certo, “vacca”)”. I miei toni signorili non vengono meno neppure nelle occasioni più importanti. Sento ancora il plico delle tracce sotto le punte delle dita: lo guardavo con un’aria interrogativa senza precedenti. Analisi di un brano del Purgatorio / Paradiso (non me lo ricordo)? Ma anche no, fosse stato l’Inferno pure pure. Saggio scientifico? Sì, e dopo scrivo un sms a Margherita Hack. Saggio artistico? Manco me lo ricordo. Ricordo solo che scelsi la mia traccia (quella sul viaggio) dopo le 9:20, mentre intorno a me era uno scartabellare continuo, penne che cessavano misteriosamente la loro vita  nel momento meno opportuno, brusii e vocine non tanto sommesse, ma soprattutto ricordo lo sguardo inorridito di una mia compagna di classe al vedermi col foglio (ancora) immacolato. “Che acciderbolina ti guardi? Attenta che te li cavo quegli occhi” – non glielo dissi, ma la mia reazione fu così chiara che si girò immediatamente. Poi cominciai a scrivere, scrivere, scrivere… mi venne il solito callo all’anulare destro (quasi venticinque anni e ho ancora serie perplessità sul corretto uso della penna, mi vergogno alacremente), consegnai verso le 14:20 e poi piansi come una fontana durante il tragitto verso casa. Poi fu la volta della versione di latino, con un Tacito degli Annales: ero molto più tranquilla, tanto che dopo la consegna andai a fare un giro al mercato con una mia compagna di classe per premiarmi o consolarmi a seconda del risultato. Infine fu la volta della terza prova: l’immancabile domanda sul romanzo ellenistico, l’Ulysses di Joyce, due quesiti di storia (opportunamente rimossi come il professore)  e perfino l’umiliazione di due domande di educazione fisica, ma la peggior prestazione fu quella di matematica, che riuscii a sbagliare pur avendo cercato di imparare a memoria teoremi e dimostrazioni (a riprova del mio amore per  il mondo di Pitagora. I miei interessi si fermano a Paperino e il mondo della Matemagica). Purtroppo le cose imparate a memoria sono quelle che tendo più facilmente a dimenticare.

8 Luglio. Esami orali: la mia sconsideratezza mi spinge ad andare a scuola molto prima del previsto, con il risultato di una estenuante attesa durante la quale ho alternato stati d’agitazione cocainogeni a momenti di esilarante tranquillità. Insomma, un pout pourri di sensazioni. Mi chiamano. Ora immaginate una ragazza con una maglietta extralarge del Jack Daniel’s, dei jeans neri, le Gazelle dell’Adidas giallo canarino e un’espressione visibilmente provata che si siede davanti alla commissione e comincia a parlare come ET per la gola secca. Quella sono io. Ricordo la mia prof di latino e greco che mi porse un bicchiere d’acqua e mi consigliò di bere, calmarmi e parlare. In effetti fece effetto. Passò tutto: Quintiliano e Tacito, Seneca e Plinio il Giovane, Antigone e Medea,  Pirandello e D’Annunzio, Feuerbach e i suoi uomini che sono quel che mangiano, Joyce ed Ezra Pound… fino alla domanda di trigonometria (ma allora è vizio – direte, ma ci sarà pure un motivo se ho scelto il classico e non lo scientifico!), decisamente inattesa. Un triangolo iscritto in un cerchio. Ancora adesso mi chiedo cosa debba farci, ma ricordo che dopo pochi secondi di imbarazzante silenzio, in cui si udivano in lontananza balle di fieno che si accatastavano l’una sull’altra e il cinguettare di uccellini amorosi, la mia professoressa di latino e greco chiese alla collega quando mai nella vita avrei incontrato un triangolo iscritto in un cerchio, per poi esortarla a passare alla domanda di fisica. Momenti di estremo imbarazzo e al tempo stesso di infinita gratitudine da parte mia, che sudavo come una risaia. Passate le domande di fisica si terminò con quelle di educazione fisica (lo so, mi vergogno a dirlo, ma immagino il senso di rivalsa della professoressa, davanti alla quale avevo spesso accusato mali non sempre di natura femminile), dopodiché una bella stretta di mano, una smorfia di disappunto della commissione per aver detto di aver fatto un pensierino al Dams (poi vistosamente retrocesso, considerate le conseguenze) e un sano, irrinunciabile gesto dell’ombrello davanti al liceo, con il proposito di non entrarci mai più.

Tuttavia, quando mi trovo a seguire nelle versioni i ragazzi di quel liceo, mi sembra di entrare dalla porta di servizio, come se, in fin dei conti, non fossi mai del tutto uscita da quella scuola, avessi il fiatone e sentissi il rumore dei miei passi mentre salgo di fretta le scale, perché, come al solito, sono arrivata in ritardo.

Chissà, magari un giorno potrò trovarmi dall’altra parte del banco a porgere un bicchiere d’acqua.

L’italiano è una gran bella donna che non ha bisogno della notte per brillare. Non è un caffè da dolcificare, ma un letto così bello che lo si potrebbe pure lasciare disfatto. Basta a sé, con tutte le sue varianti e costrizioni, con i suoi periodi iperbarici e i ponti sospesi, senza infamia e con un po’ di lode. Non ha bisogno di rettifiche e modifiche, né tantomeno è l’utero in affitto di lingue ormai fin troppo masticate. E’ annoverato tra gli idiomi più complessi, a tal punto che talvolta nemmeno gli italiani stessi sanno adoperarlo a pieno. Dopodiché parte la sequela di “pò”, “perchè”, o gli apostrofi infilati tra le lettere come un amante nell’armadio in mezzo ai vestiti.
Il problema è che certi individui non mancano di una generosa dose di autostima. Una dose? Direi più che altro che la zuccheriera dell’autostima si è riversata sulle loro tazzine (perché a mio parere siamo tutti le piccole tazzine di un infinito servizio da caffè), un po’ come in quella scena de “La spada nella roccia”, dove la zuccheriera continua a dolcificare il tè di Semola mentre Merlino si lascia andare alle sue amabili chiacchiere. Ma cala Merlino, mica puoi sputare veleno qua e là solo perché una mela è così tronfia e matura da cadere dall’albero (dopo la tazzina c’è la teoria della mela, per la quale lo schianto contro il suolo rappresenta l’inevitabile urto con la realtà. Il problema è che non ho bisogno di tempo libero per partorire queste baggianate). Alla fin fine ognuno è libero di vivere come ritiene opportuno, con tutte le k, gli accenti gravi (ma parliamo tutti con queste “e” smisuratamente aperte?) e gli apostrofi messi come il pesto sulle fragole.

Tuttavia, se è così impellente e necessario il bisogno di svalutare l’operato altrui perché di diversa natura, almeno che si abbia l’accortezza di riconoscere i propri limiti e le proprie lacune, onde evitare di vederseli pesantemente sbattuti in faccia nel momento in cui la pentola a pressione della sopportazione dovesse cominciare a fischiare.